La Cina dice no a Bob Dylan: niente tour a Pechino e Shanghai

PECHINO — La Cina non è pronta per Bob Dylan, la Cina deve aspettare. Niente concerti a Pechino e a Shanghai, una delle ultime frontiere politico-geografiche della musica non sarà violata. «Il ministero della Cultura non ha dato il via libera per gli show nella capitale e a Shanghai», hanno spiegato gli organizzatori alla stampa di Hong Kong. Non hanno dato spiegazioni (per ora) ma l’hanno fatto temendo insidiosi fuori programma. Delusi un po’ tutti. L’artista, il promoter, i fan. «Non abbiamo avuto alternative se non cancellare i piani per il tour nell’Asia del Sud-Est», ha detto Jeffrey Wu, manager dell’agenzia musicale taiwanese Brokers Brothers Herald al Sunday Morning Post di Hong Kong, che ha riportato la notizia in prima pagina. I sospetti avevano già cominciato a circolare da settimane tra gli appassionati dell’ex colonia britannica, che in Cina gode di uno speciale regime di libertà. Lo spettacolo, programmato dopodomani 8 aprile, non era stato pubblicizzato, e si è dunque capito il motivo.

Senza l’ok di Pechino non c’era motivo — a giudizio di Dylan — di esibirsi a Taiwan e Hong Kong, date accessorie del tour cinese, a sua volta estensione di un’intensa programmazione in Giappone in marzo. «La possibilità di suonare in Cina — ha ammesso Wu — era quello che lo attraeva di più», anche perché a Hong Kong il musicista americano, oggi sessantottenne, si era già esibito. L’irrigidimento del governo cinese, che non ha concesso alcun credito a un artista di fama mondiale, può essere facilmente intuito nel rischio che Dylan lanciasse messaggi proibiti davanti al pubblico delle due principali città. Il problema probabilmente non sarebbe stata tanto un’improbabile incitazione alla sovversione, né tanto meno il suo attecchire tra il pubblico, quanto piuttosto il fatto che le autorità avrebbero perso la faccia. Racconta l’organizzatore Wu che è ormai sempre più arduo convincere Pechino a concedere il nulla osta per concerti rock. E indica pure l’artista che ha complicato la vita a tutti gli altri dopo di lei. Si tratta dell’islandese Björk. La quale, due anni fa, a Shanghai ha gridato «Tibet! Tibet!» al termine di una canzone non a caso intitolata «Declare Independence». Un tabù platealmente violato.

Gli organizzatori mettono in conto che lo stesso passato della star, con l’attenzione a temi umanitari, possa aver pesato come un’ipoteca negativa. A Pechino hanno la memoria lunga. Lo scorso anno, per esempio, agli Oasis era stato impedito di esibirsi perché 12 anni prima Noel Gallagher aveva partecipato a un concerto per la libertà del Tibet. «I’m livin’ in a foreign country but I’m bound to cross the line / Beauty walks a razor’s edge», dice un brano del ’74, «Shelter from the Storm»: «Vivo in un Paese straniero ma sono costretto a varcare la linea / la bellezza cammina sulla lama di un rasoio». Pechino dovrà aspettare, dunque. Ma c’è speranza, se — canta ancora Bob Dylan — «someday I’ll make it mine», se «un giorno la farò mia». Anche in Cina, nonostante tutto.

Marco Del Corona, Corriere della Sera
06 aprile 2010

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