La “lunga marcia” delle compagnie cinesi del petrolio

Soltanto dieci anni fa, le compagnie petrolifere controllate dal governo erano considerate delle novizie nel campo delle acquisizioni e delle fusioni internazionali. Dopo alcuni duri colpi, sono divenuti attori di primo piano.

Dopo un decennio di sconfitte e umiliazioni, le compagnie petrolifere cinesi stanno salendo alla ribalta nei mercati internazionali di settore. Abbandonata la strategia “offensiva” dell’acquisizione a tutti i costi, hanno lanciato un programma di compravendita di azioni in pacchetti minori che, di fatto, permette loro di sedere nei consigli di amministrazioni delle compagnie di tutto il mondo.

Secondo gli analisti del settore, il trio del petrolio nazionale – la China National Petroleum Corp (PetroChina), la China Petrochemical Corp (Sinopec) e la China National Offshore Oil Corp (Cnooc) – hanno compiuto passi da gigante al proprio interno. Hanno dipartimenti più ampi (e sofisticati) che si occupano di acquisizioni e fusioni: qui lavorano avvocati, ingegneri e esperti delle varie nazioni, spesso bilingue. Le compagnie conducono meglio le trattative e, soprattutto, hanno iniziato a evitare la “pesca di fondo”.

Con il termine “pesca di fondo” si intende uno specifico modo di condurre affari nel campo del petrolio: in pratica, si tratta di acquisire almeno il 51% di una compagnia in difficoltà, di modo da controllarla. Questo modo di fare genera molto spesso odio nei confronti del compratore, visto come uno sciacallo, e scatena l’interesse della politica del Paese che vende, che cerca di evitare – in nome dell’interesse nazionale – la riuscita dell’operazione.

Un caso di scuola risale al 2005, quando la Cnooc cercò di controllare – con un’acquisizione da 18,5 miliardi di dollari – l’americana Unocal Corp. Grazie all’intervento dei legislatori del Congresso di Washington, l’operazione si concluse con un umiliante rifiuto. Da allora, sembrano aver imparato la lezione. La stessa Cnooc ha preferito comprare pacchetti minori di azioni, in Nigeria e Argentina, per un valore di 5,8 miliardi.

Il presidente della compagnia, Fu Chengyu, spiega che “davanti all’aumento del protezionismo, generato dalla crisi finanziaria internazionale, è meglio cooperare piuttosto che cercare di controllare. L’idea generale, in Cina, è che sia invece necessario l’acquisto: ma nelle acquisizioni bisogna sempre chiedersi cosa si può dare, come acquirente, alla compagnia che si compra. E’ inutile e sbagliato comprare soltanto perché il prezzo è conveniente”.

Un recente sondaggio, condotto dall’Unità di ricerca sugli economisti, dimostra che i leader commerciali del Paese dovrebbero ascoltare il consiglio: per l’82% degli intervistati, infatti, la mancanza di conoscenza del settore delle acquisizioni è un ostacolo insormontabile. Soltanto il 39%, inoltre, conosce la procedura per integrare un’acquisizione straniera.

Fanno eccezione – appunto – gli operatori del campo petrolifero: più esposti nel tempo, hanno imparato meglio le regole. Un esempio di questo è dato dall’operazione con cui la China Petrochemical ha acquistato lo scorso mese il 9% del colosso americano ConocoPhillips, per un valore di 4,65 miliardi. Il prezzo rappresenta un aumento del 25% rispetto al valore di mercato delle azioni, ma per il presidente della compagnia questo “non importa, data l’importanza di un’operazione del genere”.

In ogni caso, i cinesi non sono gli unici operatori nel mercato dell’energia che, secondo gli analisti, quest’anno avrà moltissime operazioni. Per primi ci sono gli altri asiatici, come India e Corea del Sud, che negli ultimi anni hanno acquisito pacchetti stranieri per 3 miliardi di dollari. Nel Vecchio Continente si è distinta invece l’Inghilterra, che ha speso lo scorso marzo 7 miliardi per comprare azioni della Devon Energy Bankers. In totale, fino al 13 aprile, le operazioni del 2010 hanno fruttato 8,2 miliardi; in tutto il 2009 si erano attestate sui 15,79 miliardi.

Fonte: Asianews, 14 maggio 2010

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