Intervista di Giotibet a Piero Verni

Piero Verni è giornalista, scrittore e documentarista esperto di Tibet e di storia tibetana. E’ l’unico italiano ad avere pubblicato una biografia autorizzata del Dalai Lama (Jaca Book Edizioni). Fra le altre pubblicazioni ricordiamo “Il Tibet nel cuore” edito dalla Sperling & Kupfer, casa editrice presso la quale ha diretto anche una speciale collana dedicata al Tibet. E’ tra i fondatori dell’Associazione Italia-Tibet e per molti anni ne è stato anche presidente. Tra i suoi ultimi lavori, oltre a vari articoli e interventi su stampa, radio e televisione, c’è un video dal titolo “In Marcia verso il Tibet” sull’evento del quale si è ampiamente parlato anche su questo sito. Quella che segue è un’intervista con tono di conversazione che percorre a tutto tondo “la questione Tibet” nei suoi risvolti più attuali.

 (fonte : www.giotibet.com)

 

Giotibet – Allora, cominciamo dalla notizia di poche ore fa. Sembrerebbe che i tibetani non possano nemmeno usare le tecniche tradizionali della non violenza gandhiana come lo sciopero della fame. Infatti i sei digiunatori della Tibetan Youth Congress che erano giunti al nono giorno di sciopero della fame e della sete, contro la loro stessa volontà sono stati portati in ospedale dalla polizia indiana che ha tra l’altro arrestato circa 150 tibetani che avevano formato una catena umana per impedire questo ricovero coatto. Cosa ne pensi?

 

PV – Ritengo grave, sbagliato e odioso questo intervento della polizia indiana. Per tutto l’arco della lotta per l’indipendenza dell’India, il Mahatma Gandhi aveva usato l’arma non violenta del digiuno ad oltranza. Poco prima di essere ucciso per mano di fanatici religiosi, Gandhi era stato vicinissimo a morire a causa di un digiuno effettuato per protestare contro gli scontri tra indù e musulmani che insanguinavano le strade di molte città, in particolare quelle di Calcutta. Quindi è paradossale che proprio le forze di polizia indiane non riconoscano ai tibetani quel diritto di portare fino alle estreme conseguenze un digiuno che tanta parte ha avuto nella prassi politica del padre fondatore della loro Nazione. Inoltre mi sembra anche un atto gravido di pericolose conseguenze…

 

Giotibet – Vale a dire?

 

PV – Vale a dire che la frustrazione e la collera dei tibetani, in questo caso dei rifugiati in India, sta raggiungendo livelli di guardia. Hanno visto fallire rovinosamente tutti i tentativi di dialogo del Dalai Lama. Hanno dovuto ingoiare il boccone amaro della rinuncia alla rivendicazione dell’indipendenza, hanno ascoltato il loro massimo leader dichiararsi favorevole alle Olimpiadi della vergogna e perfino accettare che i tibetani siano considerati una minoranza etnica cinese… e tutto questo per niente. Per dei finti colloqui che nessuna persona dotata di un minimo di acume politico potrebbe decentemente scambiare per un vero dialogo. Eppure, nonostante tutta la loro collera, i tibetani hanno dato vita ad una “Marcia Verso il Tibet” che è stata progettata, si è svolta ed è terminata nella più limpida tradizione della non violenza. Tre giorni or sono il poeta e attivista Tenzin Tsundue è stato arrestato all’aereoporto di Bhuntar, nel distretto di Kullu, non si sa bene su quali basi. La sua unica colpa era quella di volersi riunire ad altri tibetani intenzionati ad entrare in Tibet passando dalla regione dello Spiti. E anche questi tibetani l’altro ieri sono stati tratti in arresto. E, cosa molto grave, è stato messo in prigione anche Shingza Rimpoche, un importante lama del monastero di Sera. E adesso questo ricovero coatto in ospedale e altri arresti. Beh, per quanto la pazienza dei tibetani sia proverbiale non ritengo possa durare all’infinito. Mi sembra che se si impedisce loro anche di protestare con le tecniche classiche della non violenza, prima o poi potrà venire in mente a qualcuno di scegliere modalità di lotta meno pacifiche. 

 

Giotibet – A parte quello che sta accadendo in queste ore, secondo te in quale direzione politica dovrebbero muoversi i tibetani, passato il periodo olimpico?

 

PV – Posso sbagliarmi ma la mia impressione è che questi ultimi mesi di mobilitazione politica, la sollevazione popolare anticinese avvenuta in Tibet, la serie ininterrotta di manifestazioni attuate dai profughi tibetani in Nepal e brutalmente represse a manganellate dalla polizia maoista di Katmandu… tutto questo dicevo ha messo in moto, soprattutto all’interno della società civile dell’esilio, un movimento che non credo si spegnerà facilmente una volta terminate le Olimpiadi. Anzi, a me pare che questi ultimi mesi abbiano segnato un punto di non ritorno per l’azione politica di molti tibetani. Purtroppo sembra che il governo tibetano in esilio non se ne renda conto e continui imperterrito sulla strada delle concessioni unilaterali e del rifiuto a prendere atto delle chiusure cinesi. A questo riguardo trovo le ultime dichiarazioni del “negoziatore” Lodi Gyari un vero capolavoro di demenza politica. Essendo molto pessimista riguardo alla capacità del governo tibetano in esilio di mettere in opera un salutare (seppur tardivo) cambiamento di tattiche e strategie, penso che il destino del Tibet sia nelle mani di organizzazioni come la Tibetan Youth Congress o il National Democratic Party of Tibet che con molto più realismo di Dharamsala comprendono come la via da seguire sia quella di un confronto aperto e coraggioso con Pechino…

 

Giotibet – Nel senso?

 

PV – Nel senso di contribuire, insieme ad altri soggetti quali gli uiguri, i mongoli, i praticanti della Falun Dafa, i cattolici fedeli al papa, gli operai del nascente sindacato clandestino, i contadini ridotti alla fame dal “socialismo di mercato”, alla lotta per un cambiamento positivo del sistema di potere cinese.  Un cambiamento che si spera possa essere il più graduale e il meno traumatico possibile.

 

Giotibet – E un cambiamento del genere lo ritieni possibile?

 

PV – Senza dubbio. La Cina comunista, sarebbe meglio dire capital-socialista, non è il gigante d’acciaio che vorrebbe far credere di essere. Non voglio estremizzare il discorso e dire, parafrasando il presidente Mao, che sia “una tigre di carta” ma è senza dubbio un regime molto meno stabile di quanto molti pensano.

 

Giotibet – Quindi i tibetani…

 

PV – Dovrebbero, a mio avviso, dare vita ad un forte movimento di liberazione in grado di attaccare, dentro e fuori il Tibet, i simboli del dominio cinese sul Tetto del Mondo. Una campagna di sabotaggio non violento, di disubbidienza civile, di cyber guerriglia, di controinformazione, di disarticolazione creativa del potere di Pechino. Ritengo che il “villaggio globale” all’interno del quale, volenti o nolenti, tutti ci troviamo e una tecnologia alla portata di chiunque giochino molto più a favore dei tibetani che non dell’apparato repressivo cinese.

 

Giotibet – A proposito di strumenti di lotta, cosa pensi della recente azione di guerriglia compiuta a Kashgar da, sembrerebbe, un gruppo di militanti di un’organizzazione islamica che rivendica l’indipendenza del Turkestan Orientale, che i cinesi hanno invaso nel 1949 e che ora chiamano Regione Autonoma del Xinjiang? Chi sono gli uiguri e hanno veramente scelto la lotta armata per rivendicare i loro diritti?

 

PV – Gli uiguri sono un popolo di religione islamica e linguisticamente apparentato con l’etnia turca. Quando la Cina Popolare invase la repubblica del Turkestan Orientale solo poche decine di migliaia di cinesi abitavano in quelle aree dove gli uiguri rappresentavano l’assoluta maggioranza della popolazione. Vi erano una robusta minoranza kazakha e rappresentanze di kirghishi, uzbechi e tajiki. ma pochissimi cinesi. Oggi invece i coloni han sono circa otto milioni, poche centinaia di migliaia in meno degli uiguri ed hanno in mano tutte le leve del potere della regione che Pechino cerca in ogni modo di sinizzare. Comprensibilmente questo stato di cose ha creato molto risentimento tra la popolazione uigura che, in larghissima maggioranza, vorrebbe staccarsi dalla Cina e dar vita ad uno stato indipendente. Però sono solo pochi a ritenere la lotta armata il mezzo ideale per ottenere questo scopo. Rabya Kadeer, la principale leader uigura che dopo aver scontato alcuni anni di prigione si è rifugiata negli Stati Uniti da dove combatte la sua battaglia, è categorica sulla scelta della non violenza come metodo di azione politica. E altrettanto categorica lo è nel rivendicare le ragioni di un Islam uiguro tollerante, aperto e democratico.

Di converso, parlando dei movimenti islamici estremisti, quando si ha a che fare con Pechino non sai mai bene dove iniziano le provocazioni del regime e dove invece ti trovi di fronte a delle situazioni autentiche. Per quello che mi è dato da vedere ritengo che esistano frange della resistenza uigura che pensano ad una sorta di “Jihad” contro il governo cinese e forse sono addirittura in contatto con Al Kaeda. Ma si tratta, per il momento, di esigue minoranze. Speriamo che restino tali.  

 

Giotibet – Come giustamente dicevi tu prima, non ci si dovrebbe mai dimenticare quando si parla di Cina che oltre a tibetani, uiguri, mongoli della cosiddetta Mongolia interna, ci sono anche molti cinesi tutt’altro che soddisfatti di come vanno le cose. E per niente ipnotizzati dalla vetrina olimpica. I perseguitati della Falun Dafa, i contadini espropriati delle loro terre, i cittadini cacciati senza indennizzo dalle loro case perché in quei luoghi si devono costruire centri commerciali… cittadini che proprio in questi giorni hanno trovato la forza di protestare nella tristemente famosa Piazza Tienanmen. Insomma il regime cinese ha un contenzioso aperto anche con porzioni del suo stesso popolo che chiedono libertà e giustizia. E Le possibili concessioni e aperture attuate durante le Olimpiadi non potranno tornare ad essere chiusure all’indomani dei Giochi stessi? In altri termini credi che le Olimpiadi saranno di un qualche beneficio, almeno per i cinesi?

 

PV – Guarda, queste Olimpiadi sono state volute da Pechino per motivi politici e sono state concesse dal vergognoso Comitato Olimpico per motivi politici. A Pechino servivano per celebrare nel modo più spettacolare possibile il suo ingresso nel salotto buono delle Nazioni che contano e accreditarsi una volte per tutte come grande superpotenza politica, economica e militare. Fino ad ora le cose non sono andate proprio nel modo in cui aveva previsto e sperato il regime cinese. Non si sono mai sentite tante voci critiche verso la la Cina Popolare come negli ultimi mesi. Grazie soprattutto all’eroismo e al sacrificio dei tibetani ma non solo. Vedremo se la droga delle competizioni sportive e le fanfare della propaganda riusciranno a far dimenticare tutto il resto. O se anche durante il periodo olimpico si sarà in grado di mostrare il volto disumano, sordido e repressivo di questo regime. Ma a parte questo, francamente non vedo alcuna apertura significativa da parte del governo cinese, quindi alle Olimpiadi non seguirà alcuna chiusura perché non vi è stata prima nessuna apertura.

 

Giotibet – Per finire questa nostra conversazione torniamo al Tibet. Il mondo tibetano in esilio ha sempre avuto come riferimento e leadership la figura del Dalai Lama. Anche per l’Occidente il Tibet è identificato con questa figura. Ora però sembrerebbe che la questione tibetana cominci ad avere bisogno di guide più attive, più determinate. Di qualcuno che prenda la testa della lotta. Mi sembra essere un’esigenza che si manifesta sempre di più in quella che tu hai definito “società civile tibetana”. Pensi che da questa potranno uscire i nuovi leader e le nuove guide? C’è nel Tibet in esilio qualcuno che possa essere una figura di ispirazione e di riferimento?

 

PV – Da sola questa domanda meriterebbe lo spazio di un’intera intervista! Come dicevo prima il Dalai Lama sembra essere prigioniero della proposta politica che lui chiama “Via di Mezzo” e che ha accumulato una serie infinita di fallimenti e insuccessi. Se era plausibile, e forse anche giusto, nel 1988 provare la via del dialogo per cercare di sciogliere il nodo del Tibet oggi, nella seconda metà del 2008, il leader tibetano dovrebbe prendere atto che questa sua politica non ha risolto nemmeno uno dei problemi del martoriato Paese delle Nevi. Anzi, la situazione è persino peggiorata. Pensa per un attimo a cosa è successo nel mondo in questo ventennio. E’ caduto il Muro di Berlino e si è dissolta l’Unione Sovietica. Piccole repubbliche come quelle baltiche hanno riacquistato l’indipendenza. E’ nata l’Unione europea e monete antiche come franco, lira, marco non sono che un pallido ricordo. In tutto il pianeta si sono avvicendati regimi… la pena di morte è stata messa all’indice da un buon numero di nazioni… alcuni dittatori sono caduti e altri hanno preso il potere. E’ cambiato tutto dal 1988 ad oggi. Solo la politica della “Via di Mezzo” rimane la stessa. Nonostante il suo evidente e palese fallimento. E temo che le cose rimarranno così. In questo quadro, a parte le organizzazioni politiche a cui ho accennato prima, parlando invece di persone sarebbe bene che dall’interno della società civile tibetana uscissero leader in grado di svolgere una funzione di avanguardia, stimolo e guida della battaglia per la liberazione del Tibet. E a me sembra di vederne qualcuno. Non moltissimi ma qualcuno sì. E tra costoro mi pare molto interessante la figura di Tenzin Tsundue, questo poeta, intellettuale ed attivista politico che ha svolto un ruolo di primo piano durante la Marcia Verso il Tibet. Dà l’impressione di essere deciso e coraggioso. E’ già andato in Tibet ed ha fatto la conoscenza delle prigioni cinesi. E nonostante questo si sta battendo per rientrare, pur sapendo a cosa andrebbe incontro ove riuscisse nel suo tentativo. Vedremo nei prossimi mesi cosa gli accadrà e quale piega prenderanno le cose. La mia speranza è che il popolo tibetano non perda la fiducia nella possibilità di vincere questa sua difficilissima battaglia. Difficilissima certo ma non disperata. Oggi, qui in Bretagna dove mi trovo, leggevo i giornali francesi che davano un enorme spazio alla notizia della morte di Solgenitzin. Il quotidiano “Liberation” addirittura gli dedicava dieci pagine tra cui l’intera copertina. E mi hanno colpito le parole con cui gli attuali dirigenti moscoviti lo hanno onorato. E ho anche visto le immagini di quando, un anno fa, un Putin sommesso e ossequioso si era recato a casa di Solgenitsin per consegnarli di persona il Premio di Stato. Era quello stesso Putin che faceva parte dell’ingranaggio perverso che aveva cercato di stritolare, piegare, omologare lo scrittore dissidente. Chi avrebbe potuto immaginare all’epoca, nemmeno poi tanto lontana, in cui Solgenitzin vestiva la casacca dei deportati e subiva la tortura del gulag che un giorno un ex esponente del KGB gli avrebbe consegnato di persona un prestigioso riconoscimento?

Questo per dire, in chiusura di questa nostra chiacchierata, che non si deve perdere mai la speranza di poter cambiare lo stato di cose presenti. Per dirla con le parole di una geniale campagna pubblicitaria della Apple, “Solo coloro che sono così folli da pensare di poter cambiare il mondo poi lo cambiano davvero”.

Pö Rangzen, ora e sempre. (Tibet Indipendente… ndr)

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