Inflazione in Cina: forse è il 6%, il doppio dei dati ufficiali

E’ il parere di esperti, analisti, funzionari statali, basato su dati e riscontri precisi. Che avvertono che Pechino potrebbe sottostimare il problema e non adottare misure adeguate.

“L’inflazione potrebbe essere ora del 6% in Cina”, quasi il doppio dei dati ufficiali già allarmanti. E’ il giudizio, basato su dati precisi, di Michael Pettis, professore di Finanza all’Università di Pechino, ma anche di molti altri esperti e funzionari di governo. Secondo i dati ufficiali l’inflazione è stata del 3,3% a luglio, record da 21 mesi: dato già superiore al 3% annuo posto da Pechino come limite, ma che è stato spiegato con fenomeni come le inondazioni che hanno fatto diminuire i raccolti, come pure con l’aumento mondiale dei prezzi alimentari per i disastri che hanno colpito Pakistan, Russia e altri Stati. Ma i consumatori trovano ogni giorno aumenti molto maggiori di 3,3%: il costo di scarpe e abbigliamento è cresciuto anche del 50% a Shanghai rispetto a un anno fa, frutta e pesce sono cresciuti di oltre il 20% a Ningbo (Zhejiang), e l’elenco sarebbe lungo. I costi per case, istruzione e spese mediche sono molto aumentati, ma i dati ufficiali non ne parlano. Secondo un’indagine dell’Economist Intelligence Unit, l’84% dei residenti rurali è “preoccupato” per i costi sanitari, che per i dati ufficiali sono cresciuti solo del 2,8% nell’anno. Tra l’altro, analisti notano che questo dato non comprende i “regali” che occorre fare a medici e personale amministrativo per ottenere cure adeguate. Nelle grandi città, decine di milioni di migranti spingono in alto i prezzi di affitti di appartamenti e alimenti, con aumenti in doppia cifra. Analisti osservano che milioni di ristoranti, caffé e centri estetici evadono le tasse, per cui i loro dati effettivi non risultano. Yu Yongding, economista dell’Accademia cinese delle Scienze sociali, dice all’agenzia Bloomberg che “c’è stato un balzo nei prezzi che non è riportato nei numeri”. Ancora più radicale è Pettis, che si chiede come un Paese che è cresciuto del 10,3% nel 2° trimestre 2010 e che deve rivedere i salari degli operai (esperti parlano di aumenti salariali intorno all’8,4% nel 2010, con traslazione del costo sui prezzi al consumo), possa vedere i prezzi aumentare di pochi punti percentuali. Peraltro questi dati sono già esito dei robusti interventi di Pechino, che immette in modo periodico nel mercato le proprie riserve di grano, riso e granturco e tiene calmierati molti costi, da quelli telefonici all’acqua corrente, elettricità e carburante. Intanto gli interessi bancari sono fermi al 2,25% dal novembre 2008: quindi sono ora inferiori all’inflazione e i risparmi perdono di valore. Una sottostima dell’inflazione può impedire immediati adeguati interventi, costringendo il governo ad assumere poi misure radicali con interventi sul costo del denaro o con un apprezzamento della valuta. Inoltre nel Paese c’è pericolo di proteste di massa, se la gente non riesce più a star dietro all’aumento del costo della vita. Fra l’altro la Cina non indica quali dati prenda in esame e con quale “peso” per calcolare l’inflazione, per cui non è possibile verificare i dati ufficiali. Ma Patrick Chovanec, professore di gestione aziendale all’Università Tsinghua, ha ricordato sul suo blog che “nelle ultime settimane, un gran numero di fonti ufficiali hanno fatto dichiarazioni predicendo, con una certezza chiara e non spiegata… che l’inflazione quest’anno sarà giusto al 3%”.

Fonte: Asia News, 27 agosto 2010

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