In Cina l’Europa non ne azzecca una

La Cina e la Commissione europea si preparano all’11 dicembre 2016, giornata in cui tutti i Paesi membri dell’Organizzazione mondiale del commercio dovrebbero ufficialmente garantire alla Cina il ‘market economy status’ all’interno del WTO. La Cina è da sempre considerata una ‘non market economy’ perché Paesi importatori possono imporre dazi e tariffe protettive contro le sue eventuali azioni di dumping. Spesso, utilizzando agevolazioni statali e condizioni speciali, come il basso costo del lavoro e la mancanza di controlli sulla qualità, la Cina ha vinto la concorrenza e molte aziende europee hanno dovuto chiudere perché non più in grado di competere col colosso asiatico.

In accordo con il Protocollo di Accesso della Cina alla World Trade Organization, l’Unione Europea ha sancito cinque criteri per misurare il rispetto dei parametri di economia di mercato:

  1. Grado stabilito di influenza governativa sull’allocazione delle risorse e le decisioni delle imprese;
  2. Assenza di interventi dello Stato nelle operazioni di privatizzazione delle imprese e nell’impiego di meccanismi di compensazione e di scambio che non rispettino le regole del libero mercato;
  3. Esistenza di un diritto societario trasparente e non discriminatorio in grado di garantire un’adeguata governance societaria;
  4. Trasparenza dello Stato di diritto volta a garantire il diritto di proprietà e il funzionamento di un regime fallimentare;
  5. Esistenza di un settore finanziario che operi indipendentemente dallo Stato.

Ad oggi la Commissione europea ha riscontrato il rispetto, da parte della Cina, del solo secondo parametro. Per quanto concerne gli altri quattro non risulta che la Repubblica Popolare Cinese abbia intrapreso significative riforme. La Commissione europea per tamponare gli effetti provocati dall’introduzione della legge antidumping e dalla concessione di status di economia di mercato (Market Economy Status o MES) alla Cina ha deciso di valutare on-line, con un sondaggio pubblico, quattro possibili futuri scenari.

Nel lungo periodo, secondo uno studio della stessa Commissione, infatti, lo status potrebbe mettere a rischio, a causa di dazi antidumping aggravati dalla possibilità di commercio sleale, tra 63.300 e 211mila posti di lavoro in tutta Europa; tra 1,7 e 3,5 milioni secondo l’Economic Policy Institute di Washington nell’arco di 3-5 anni. Nella ‘consultazione pubblica’ iniziata il 10 febbraio la Commissione chiede un parere su quattro misure che potrebbero ‘ridurre eventuali effetti negativi di un cambiamento nella legislazione’.

La Commissione, attraverso questa analisi, potrebbe utilizzare dati diretti e ufficiali sui prezzi cinesi per calcolare i dazi antidumping e prevedere l’abbassamento del livello del margine più basso di dumping in base alle distorsioni nel mercato cinese. Le quattro opzioni sono: la “clausola di salvaguardia” della domanda antidumping, l’utilizzo delle variazioni di costo che tengano conto delle distorsioni sul mercato cinese, l’eliminazione della “regola del dazio inferiore” dell’UE nei casi antidumping che coinvolgono la Cina e una maggiore considerazione delle sovvenzioni cinesi nei distinti casi di dazio compensativo.

Prima di iniziare la consultazione pubblica la Commissione ha valutato le quattro alternative confrontandosi con il settore industriale e alcuni esperti di diritto commerciale hanno sollevato dubbi sul fatto che queste opzioni siano utili per affrontare il cambiamento legislativo o coerenti con le regole dell’OMC. Il periodo di consultazione terminerà il 20 aprile 2016. Oltre a raccogliere commenti attraverso il questionario, la Commissione prevede, a metà marzo, una conferenza sui risultati raggiunti, mentre i commissari dell’UE dovrebbero rispondere sulla questione Cina in relazione al MES di nuovo quest’estate

A differenza dell’amministrazione Obama negli Stati Uniti, la Commissione europea ha fermamente e ripetutamente segnalato che i termini del protocollo di adesione della Cina al WTO debbano essere resi effettivi entro dicembre di quest’anno. Sotto la pressione del Parlamento europeo e degli Stati membri, la Commissione ha per questo iniziato a prendere in considerazione misure per controbilanciare la concessione del MES alla Cina. Ma, la concessione di status di mercato alla Cina avrebbe già messo a rischio centinaia di migliaia di posti di lavoro nella Unione europea soprattutto nell’industria dell’acciaio e della ceramica. Un piccolo assaggio di quello che ci aspetta.

Il parere di Alberto Forchielli, economista italiano e partner fondatore di Mandarin Capital Partners.

Cosa sta succedendo oggi in Europa?

Si sta decidendo di dare il ‘market economy status’ alla Cina e attualmente ci sono due fronti: uno è il Nord Europa schierato a favore della Cina e uno è il Sud Europa contrario e capitanato dall’Italia. Germania e Francia sono abbastanza ambigue. Gli americani sono totalmente contro lo status alla Cina e quindi, sotto questo aspetto, appoggiano gli italiani e condizionano anche il resto dei Paesi. In tutto questo io mi domando: ma, è possibile che l’Inghilterra, che ha più un piede fuori che dentro dalla comunità economica europea, debba avere diritto di voto su una questione fondamentale per il futuro dell’Unione? Io credo che per decenza l’Inghilterra dovrebbe astenersi finché non si faccia il Brexit.

Qual è la sua analisi, di cosa dobbiamo avere paura?

La Cina ha costruito una capacità produttiva impressionante, cioè in eccesso rispetto a quello che il mondo ha bisogno. Questo già lo vediamo nel settore dell’acciaio: la Cina sta schiacciando l’industria europea e il Paese sta sviluppando anche un’enorme capacità produttiva nel settore automobilistico. Ci rendiamo conto che in futuro quello che sta succedendo con l’acciaio potrebbe succedere anche nel settore automobilistico europeo? Non è un problema di piastrelle, o infissi o di tessili! Tra 10 anni i cinesi ci venderanno le utilitarie a 10mila euro! Qualcuno ha fatto i conti con un minimo di visione? Perché fino ad ora tutti gli accordi sono stati fatti senza pensare a quello che sarebbe successo e sono stati disastrosi. C’è qualcuno che riesce a guardare più in là di 3 anni? Oramai il mercato automobilistico cinese è fermo, perché hanno creato una capacità che copre due volte la domanda. Tra cinque/dieci anni avremo solo machine cinesi e a quel punto si chiuderanno Fiat, Renault, Peugeot, Citroen. Forse riusciranno a sopravvivere le tedesche, ma malamente. Ce ne rendiamo conto o no? Un continente che non è forte sui servizi cosa fa? Soprattutto l’Italia!

Legge antidumping, cosa succederà dopo la concessione di status di economia di mercato alla Cina?

La Commissione, che è a favore del MES, pensa che i soldi cinesi finanzieranno il famoso piano Juncker di 300 miliardi di investimenti strutturali, ma questa è una fallacy (chimera). Il piano di investimento Juncker non va avanti non perché manca la finanza, ma perché mancano progetti bancabili. Il mondo è pieno di soldi che non hanno destinazione, quindi nessuno ha bisogno dei capitali cinesi per finanziare niente! Il piano Juncker è fondato su progetti infrastrutturali privati, che necessitano di finanza privata, solo che se non ci sono progetti non c’è neanche la finanza.

Cosa non funziona?

L’Europa non ne azzecca una, come per tutto: ci sono interessi contrastanti, lobby in conflitto, mancanza di visione a lungo termine, processi decisionali farraginosi. Noi siamo destinati a fare errori su errori, come per il tema del Nord Africa, la Primavera araba, dei migranti, della crisi greca, come il tema dell’Ucraina. L’Europa non ne azzecca una e perderà anche la partita della vita. E lei non sa come vorrei avere torto.

Come andrà a finire?

Semplicemente verrà dato alla Cina lo status di economia di mercato, ma sarà depotenziato togliendo le clausole sul dumping. Il governo cinese riuscirà a vendersi in patria questa vittoria politica in un momento in cui ne ha fortemente bisogno come economia di mercato. Perché in realtà ai leader cinesi al 99% interessa cosa pensa la Cina e non cosa pensa il mondo e sono sempre molto bravi a far credere quello che vogliono loro. Il tema del dumping non verrà ritoccato, si lascerà all’Europa l’attuale facoltà di applicare l’antidumping che apparentemente sembra una vittoria, ma in realtà non lo è. L’Europa applica l’antidumping in ritardo e quando i buoi sono ormai scappati dalla stalla, come i recenti casi relativi ai pannelli solari e alla siderurgia stanno a dimostrare. Perché quello del dumping è un falso problema.

Fonte: L’Indro, 27 feb 16

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