In Africa i primi problemi per la Cina

di Marzio Ammendola

Spesso si sente dire che l’Africa rischia di diventando una colonia cinese. L’affermazione non è corretta perché in realtà l’Africa è già una colonia di Pechino.

La Cina è il primo partner commerciale di questo continente e le multinazionali cinesi sono impegnate nella sua progressiva conquista. La Cina è affamata di risorse naturali ed in cambio offre infrastrutture che puó costruire grazie alla massa di denaro che ottiene dall’enorme surplus commerciale che ha nei confronti di Stati Uniti ed Europa (422,5 miliardi di dollari nel 2017).

Da circa venti anni la presenza dei cinesi in Africa è andata sempre crescendo, la differenza è che prima non erano visibili. In Angola ad esempio fino a qualche anno fa, i cinesi rimanevano chiusi nei cantieri controllati da uomini armati anche perché la maggior parte dei lavoratori proveniva dalle prigioni cinesi (circostanza sempre negata da Pechino). Col passare degli anni il “pudore” è scomparso e la spavalderia ha preso il sopravvento. I mercati tradizionali di Luanda si sono riempiti di mercanzie cinesi. I cinesi stanno occupando prepotentemente anche gli spazi del piccolo commercio. Ormai non si nascondono piú (Agi.it – L’Africa è una colonia cinese -Angelo Ferrari).

La stessa situazione si sta verificando in Sudafrica dove, si trova la piú grande comunità cinese in Africa (oltre 500 mila persone). Il centro commerciale di Amalgam, a sud di Johannesburg, ormai è identico ad un tipico mercato di Shanghai. Ci sono piú di 500 negozi gestiti da cinesi ed infatti ha preso il nome di “China Mall”.

La novità è che da alcuni mesi questi negozi sono semi vuoti. I sudafricani hanno iniziato a disertarli perché dei cinesi non ne possono davvero piú e per dimostrare la loro insofferenza hanno iniziato una sorta di boicottaggio. Il problema si sta estendendo un po’ a tutto il continente perché la micro-imprenditoria cinese entra in diretta concorrenza con quella locale. Oggi peró gli africani guardano ai prodotti cinesi con ostentato disprezzo. Le loro merci le chiamano “Fong-Kong”, cioè schifezze d’infima qualità.

Alla base di questo deterioramento dei rapporti ci sono anche problemi culturali. Sono infatti pochi i cinesi che riescono ad esprimersi in un inglese comprensibile, crea profondo risentimento anche l’attitudine “molto cinese” ad isolarsi completamente dal contesto sociale in cui si trovano, costituendosi in comunità chiuse molto simili a caste inaccessibili, in cui viene praticata una sorta di autarchia. Anche questo aspetto costituisce un evidente ostacolo a possibilità di integrazione e di relazione con le popolazioni locali. Sappiamo che questo problema è comune a tutte le comunità cinesi diffuse nel mondo che tendono ad evitare l’integrazione. Un altro esempio è costituito dai 18 centri commerciali costruiti all’inizio di questo millennio in Sudafrica. Si trovano tra Durban, Johannesburg e Città del Capo. Attualmente queste strutture sono fatiscenti e praticamente deserte e quel poco che resta è soggetto a furti ed atti vandalici. Si segnalano anche numerose aggressioni nei confronti della comunità cinesi (Africa ExPress – Franco Nofori).

Non si puó dire che questi fatti rappresentino segnali del declino del processo espansivo cinese in Africa, tuttavia sono i primi indicatori di sentimenti di insofferenza da parte delle popolazioni locali e lasciano intravvedere possibili problemi nel prossimo futuro. Forse la Cina non ha imparato un importante insegnamento dalla storia. Non ha capito che il colonialismo fu un evento drammatico per l’umanità. Da Pechino si difendono affermando che le loro attività in Africa non hanno nessuna  analogia con il passato coloniale Occidentale. Ma dove si trova la differenza?  “Il colonialismo è definito come l’espansione di una nazione su territori e popoli all’esterno dei suoi confini, spesso per facilitare il dominio economico sulle risorse, il lavoro e il commercio di questi ultimi”. Sono cambiati i tempi, sono cambiati i metodi, sono cambiati i protagonisti ma lo scopo è esattamente lo stesso e si chiama sfruttamento.

 Marzio Ammendola 28/04/2018

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