Impiccato sotto sorveglianza uno dei leader di piazza Tiananmen

Un attivista democratico dell’Hunan, che ha passato 21 anni in galera per il suo coinvolgimento nei moti di piazza Tiananmen e per il suo impegno a favore dei diritti dei lavoratori cinesi, è stato trovato morto ieri mattina in circostanze misteriose in un ospedale di Shaoyang. La famiglia, gli amici e i dissidenti colleghi di Li Wangyang (62 anni) rifiutano di credere alle dichiarazioni della polizia secondo cui l’uomo si sarebbe impiccato. Secondo le testimonianze dei suoi cari, Li – che è stato torturato in galera e per questo era divenuto cieco e quasi immobile – “era animato da spirito combattivo e voleva che le autorità rivedessero il giudizio ufficiale sul movimento del 1989”. Pechino ha sempre definito quelle manifestazioni “un’insurrezione controrivoluzionaria”. A causa dell’anniversario del massacro, che cade il 4 giugno, il governo aveva imposto a Li una scorta 24 ore al giorno. Zhu Chengzi, attivista e amico di Li sin dai tempi delle scuole, lo ha incontrato l’ultima volta proprio il 4 giugno: “Abbiamo parlato un poco, anche se non stava bene di salute. Doveva essere ricoverato ma era ottimista. Non penso che sia un suicidio perché lui era quel tipo d’uomo che non si ucciderebbe mai, nemmeno con un coltello puntato al collo”. In un’intervista rilasciata lo scorso mese alla Cable Tv di Hong Kong, l’attivista aveva dichiarato di non voler abbandonare la sua lotta per la democrazia e lo stato di diritto in Cina. Ora la famiglia si prepara a lottare contro le autorità per avere verità e giustizia dopo la sua morte. Una fonte anonima dichiara: “Chiediamo un’autopsia fatta bene: non sappiamo neanche quando è morto, e non sappiamo se sia stato un suicidio o un omicidio”. Gli agenti hanno impedito ai congiunti di fotografare il corpo di Li e li hanno portati via dall’ospedale con la forza. Li, sindacalista sin dai primi anni ’80 del secolo scorso, ha passato 13 anni in carcere con l’accusa di essere un “controrivoluzionario” per aver guidato una federazione indipendente di lavoratori a Shaoyang durante le manifestazioni del 1989. Dopo il suo rilascio, avvenuto nel 2000 per motivi medici, è stato condannato ad altri 10 anni per “sovversione”: prima di morire, era considerato uno dei prigionieri politici collegati a Tiananmen più colpiti dalla repressione del governo. In questo periodo di prigionia, come confermano diversi testimoni, è stato torturato in maniera sistematica. Nonostante le varie dichiarazioni contro questo fenomeno, il governo comunista non ha mai pensato in maniera seria di eliminare gli abusi contro i prigionieri: le torture si scatenano in modo particolare contro i detenuti politici e quelli legati al mondo delle religioni. Nel marzo del 2006 Manfred Nowak, investigatore capo dell’Agenzia Onu sulle torture, ha compiuto una rara visita all’interno di alcune carceri cinesi. Pur avendo evitato le province più a rischio, come il Xinjiang, il funzionario scrisse un rapporto per denunciare “l’uso della tortura diffuso in tutte le carceri della Cina”.

Fonte: Asia News, 7 giugno 2012

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