Il processo Rio Tinto: una brusca svolta nella politica internazionale cinese

Il processo contro i 4 dipendenti della ditta mineraria angloaustraliana Rio Tinto continua a focalizzare l’attenzione di esperti, non tanto per la severa condanna detentiva, quanto per come le autorità cinesi hanno gestito la vicenda e anzitutto il processo.

La Corte Intermedia del Popolo di Shanghai ha celebrato il processo a porte chiuse, e questo purtroppo non è infrequente in un Paese dove, nei processi di rilievo politico, i diritti della difesa sono compressi, l’accusato detenuto spesso non può vedere nemmeno i parenti per mesi e anni e i legali della difesa subiscono intimidazioni con la consapevolezza che possono seguire fatti concreti. Ma questa volta non è stata accolta la richiesta del console australiano di presenziare al processo, riguardante pure il cittadino australiano Stern Hu, dirigente della Rio Tinto in Cina.

Secondo esperti, la presenza di un osservatore è importante nel processo, perché pone limiti ai possibili abusi della Corte e dell’accusa e serve a rincuorare imputato e difesa, che nei mesi di detenzione possono avere subito continue intimidazioni e privazioni di diritti.

Il noto studioso Jerome A. Cohen, direttore della Scuola di Diritto presso l’Istituto di Diritto Usa-Asia dell’Università di New York, in un articolo pubblicato sul South China Morning Post osserva che l’accordo consolare tra Cina e Australia prevede il diritto dei rispettivi diplomatici di partecipare ai processi riguardanti propri cittadini. Ma quando Sidney ha chiesto a Pechino di “riconsiderare” la richiesta del console, il portavoce del ministero degli Esteri Qin Gang ha solo risposto che “il caso sarebbe stato trattato secondo la legge cinese e che “la sovranità cinese, specie quella giudiziaria”, prevalgono sugli accordi internazionali.

Ma – prosegue Cohen – questo è un cambiamento nella politica estera di Pechino che, da quando nell’ottobre 1971 è uscita dal proprio isolamento e ha preso posto tra le Nazioni Unite, per anni ha cercato di mostrarsi rispettosa degli impegni internazionali, opponendo proprie interpretazioni di questi impegni per giustificare le frequenti violazioni dei diritti umani.

In questa ottica sin dal giugno 1995 –dice l’illustre studioso- “i ministri per gli Affari Esteri, la Pubblica Sicurezza, la Sicurezza Statale e la Giustizia, insieme con la Corte Suprema del Popolo e il Supremo Procuratore del Popolo [massimi uffici giudiziari] hanno emanato una disposizione congiunta riguardante i casi [giudiziari] collegati con Stati esteri”, secondo la quale “l’accordo consolare che prevede la partecipazione del console estero al processo va rispettata, anche nei processi a porte chiuse, e la legge interna non può interferire con gli impegni internazionali”. L’opposto principio della supremazia della legge interna sugli impegni internazionali è antecedente a questa disposizione, per cui non può prevalere. Ne consegue che stavolta Pechino non si è nemmeno preoccupata di “salvare la faccia” fornendo una propria interpretazione della norma disattesa, ma si è limitata ad affermare il primato della propria volontà, sugli impegni internazionali assunti.

Cosa già successa negli ultimi mesi. Nel dicembre 2009 quando è stata eseguita la condanna a morte contro la cittadina britannica Akmal Shaikh, nonostante le proteste di Londra e di gruppi prodiritti perché la donna fosse almeno sottoposta a una perizia psichiatrica accurata per verificarne la consapevolezza delle azioni. O due mesi fa quanto ci furono proteste mondiali per la condanna del dissidente prodiritti Liu Xiaobo a 11 anni di carcere solo per avere espresso i suoi pensieri. In entrambi i casi Jiang Yu, portavoce del ministero degli Esteri, si limitò a qualificare le proteste come “evidenti violazioni degli affari interni e della sovranità giudiziale della Cina”, senza fornire alcuna giustificazione.

Ora c’è attesa per vedere quale sarà la politica cinese riguardo ai rapporti e agli impegni internazionali.

Fonte: AsiaNews, 1 aprile 2010

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