IL MASSACRO DI PIAZZA TIAN AN MEN DEL GIUGNO 1989 ERA PROPRIO NECESSARIO?

Dopo Mao Zedong e la “Banda dei Quattro”, il potere cadde nelle mani di Deng Xiaoping, autore delle “quattro modernizzazioni” e cioè dei quattro cambiamenti finalizzati a condurre la Cina fuori dalla misera gabbia economica maoista. Scienza, agricoltura, industria e forze armate furono radicalmente trasformate. Deng condannò Mao e, con la politica delle “porte aperte”, attirò i primi capitali stranieri. Non più servire il popolo, ma arricchirsi  divenne glorioso. Alla liberalizzazione economica non fu associata, però, quella politica  e finì incarcerato chiunque chiedesse la “quinta modernizzazione”, la democrazia. Nel 1989 Deng, quarant’anni dopo la conquista del potere da parte del Partito Comunista Cinese, non aveva concesso nessun reale miglioramento politico in direzione della libertà, né nella vita pubblica né in quella privata. Il popolo continuava invano a chiederlo, finché si ribellò apertamente  e decine di migliaia di studenti presentarono in Piazza Tian An Men la “Dichiarazione del Quattro Maggio” con la quale affermavano di voler continuare il grande movimento patriottico di settanta anni prima. Ribelli sì, ma sempre rispettosi delle autorità vigenti. Chiedevano anche la lotta alla corruzione dilagante e alla censura. Poi 1013 giornalisti sottoscrissero una petizione a favore della libertà di stampa. Il 12 maggio gli studenti iniziarono lo sciopero della fame, sostenuti da operai, contadini, ufficiali dell’esercito ed allievi delle scuole di polizia. Il 17 maggio presentarono a Zongnanhai, il quartier generale delle autorità, un proclama nel quale denunciavano il collasso psico-fisico di 700 loro compagni durante lo sciopero della fame e il timore che, 76 anni dopo la fine della dinastia Quing, il paese fosse nelle mani di uno spregevole tiranno. La dirigenza del Partito, pur dilaniata all’interno da gravissimi contrasti, ravvisò nell’allusione degli studenti un’offesa a Deng, che fu l’ispiratore della legge marziale, imposta il 20 maggio.
Gli alunni delle scuole e gli universitari protestarono in 116 località e accorsero in massa a Pechino, nonostante il blocco dei treni. Nello stesso giorno studenti e cittadini dialogarono con le truppe cercando di persuadere le colonne militari a non entrare in città. Il 23 maggio alle ore 14, tre coraggiosi: un camionista, un contadino e un poeta, lanciarono gusci di uova pieni di vernice contro il ritratto monumentale di Mao Zedong, compiendo un sacrilego memorabile atto di audacia. Il 29 maggio fu innalzata la statua della Democrazia in Piazza Tian An Men e il 5 giugno il Rivoltoso Sconosciuto colpì il primo carro armato di una colonna con le buste della spesa e, saltandogli davanti e di lato, riuscì a bloccarlo, divenendo l’icona mondiale della lotta non violenta grazie alle riprese delle macchine dei giornalisti, asserragliati in un albergo. Il massacro quello vero, però, ordinato da Deng era già stato portato a termine dall’Esercito Popolare di Liberazione dalle 22,30 del 3 giugno alle 5,30 del 4 giugno. Le fonti parlano di 2600 o 3000 morti e di un numero imponente ma imprecisato di feriti. L’avvenimento fu etichettato come un complotto controrivoluzionario, un “incidente” non un massacro. Per sedarlo però furono impiegati l’esercito e 200 carri armati. Si spense così la prima e più grande rivolta per la democrazia, trasmessa in diretta dalle tv di tutti i continenti. La storia di Tian An Men è stata rievocata per evitare che la curiosità per la notizia attuale e le relative feroci repressioni oscurino la portata dell’avvenimento originario. Restano “le Madri di Tian An Men” a ricordare al mondo che in Cina, anche se la festa del 1° Maggio e la parola “compagni” sono state abolite per un’operazione di restyling, il Partito resta l’unico padrone dei corpi, delle anime e dei sogni svaniti.

Maria Vittoria Cattania, 7 giugno 2010

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