Il curioso caso dei diritti umani in Cina

di Enzo Reale

Il curioso caso dei diritti umani in Cina. Si potrebbe definire così, parafrasando il titolo di un film ancora nelle sale, il “Piano di azione nazionale per i diritti umani” reso noto dal governo cinese ad inizio settimana: in esso si annunciano misure per il miglioramento delle condizioni carcerarie dei detenuti e, più in generale, una serie di provvedimenti a medio termine (due anni) nel campo dei diritti civili e sociali.Si tratta in effetti di un documento piuttosto peculiare per modalità, contenuti e tempistica. Partiamo da quest’ultima. E’ significativo che questo programma d’azione arrivi solo pochi mesi dopo la diffusione della Charta 08, ovvero il più importante manifesto politico prodotto dalla società civile cinese nei sessant’anni di dittatura comunista. In un certo senso il Piano rappresenta la goffa risposta del governo cinese alla dichiarazione dei trecento e ne conferma involontariamente la rilevanza politica. I promotori e i firmatari della Charta 08 ottengono in questo modo una doppia vittoria: in primo luogo perché il documento è evidentemente riuscito a bucare le maglie della censura e del silenzio ufficiale, diventando un punto di riferimento anche per i suoi oppositori; ma soprattutto perché obbliga il Partito Comunista a misurarsi sul terreno dei diritti umani, non esattamente il punto di forza dei gerarchi di Zhongnanhai.
Quanto alle modalità dell’annuncio, è la mentalità da piano quinquennale dei diritti a saltare immediatamente agli occhi. Un governo in grado di spostare montagne e trasferire interi villaggi per far posto a una diga si prende due anni per “proteggere, migliorare, promuovere”. Ma avrebbero potuto essere dieci, o cinquanta. Tanto chi controllerà? Eppure basterebbe una decisione al vertice per smantellare il sistema concentrazionario cinese, per affidare alla storia i metodi di “rieducazione attraverso il lavoro” o per chiudere le famigerate black jails destinate ai postulanti troppo insistenti. Basterebbe un ordine dal Politburo per liberare i dissidenti politici, per allentare le maglie della censura, per rimettere in circolazione scrittori, avvocati, giornalisti, bloggers condannati per aver difeso un’idea. Basterebbe una semplice decisione politica per garantire i diritti delle minoranze, per fermare la repressione in Tibet o nello Xinjiang, per consentire ai cattolici di non nascondersi negli scantinati. Anche uno solo di questi gesti sarebbe più importante di una lunga dichiarazione di intenti che non vale la carta su cui è scritta.
Il contenuto del piano d’azione ricalca la preminenza dei diritti economici e sociali su quelli individuali. Ma anche quando afferma la necessità di garantire i diritti civili e politici e quelli dei detenuti, la libertà di stampa o quella religiosa, altro non fa che ribadire quanto già formalmente stabilito nella stessa costituzione o nella legislazione cinese, senza che peraltro ne siano mai derivate conseguenze concrete per i cittadini e la società nel suo complesso. In un sistema in cui il Partito è lo Stato, la rule of law coincide con le deliberazioni dell’oligarchia dominante e la separazione dei poteri è inesistente, il valore di una normativa formale dipende esclusivamente dall’arbitrio del potere politico. In un simile contesto i diritti individuali non costituiscono una difesa contro la prevaricazione statuale ma scaturiscono solo da una gentile concessione del governo, nei limiti in cui il loro esercizio non intacchi il suo monopolio. Ecco perché il piano d’azione, diffuso con dovizia di particolari dall’agenzia di stato Xinhua a beneficio delle opinioni pubbliche internazionali, può convincere solo chi è comunque disposto a credere alla propaganda di regime.
Se non altro, però, l’iniziativa del Partito Comunista potrebbe oggettivamente tornare utile a chi si batte per il cambiamento utilizzando gli strumenti che la legalità vigente mette a disposizione. Il Southern Metropolis News, una delle testate giornalistiche meno docili, ha colto l’occasione per “sfidare” il governo a rendere pubbliche le liste delle vittime del catastrofico terremoto del Sichuan, ancora sotto segreto di stato. Alla base di questa richiesta la pretesa trasparenza delle procedure amministrative e il diritto all’informazione, entrambi menzionati nel documento programmatico. Ma il giorno stesso della sua diffusione, l’avvocato Cheng Hai è stato pestato a sangue da quattro ufficiali governativi in quel di Chengdu, per aver osato difendere un esponente della setta Falun Gong. Si vede che da quelle parti le nuove disposizioni non erano ancora arrivate.

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