Il braccio di ferro con Pechino per la politica monetaria

Il governo di Pechino ribadisce che non vuole intrusioni nella sua politica economica e internazionale e nella gestione dei diritti umani all’interno del Paese. Al vertice di Washington di metà aprile sull’opportunità di adottare sanzioni economiche contro l’Iran per fermare lo sviluppo della bomba atomica ha assunto una posizione ambigua di attesa. Mentre sulla politica economica, la Cina ha respinto le pressioni di Obama che chiede, da tempo, la rivalutazione dello Yuan. Pechino si è limitata ad accettare di far fluttuare la propria moneta, verso un cambio più flessibile. Non sono state sufficienti le numerose pressioni internazionali, e gli interventi a tutti i livelli degli Stati Uniti, per spingere Jintao a intervenire sul valore della moneta cinese, rivalutandola almeno del 5 per cento nei confronti del dollaro. Segnali in tal senso erano stati lanciati dall’autorevole economista cinese Li Gang Liu alla vigilia del vertice. Una trattativa condotta direttamente a Washington dal presidente degli Stati Unti Barak Obama con il leader cinese Hu Jintao. Preceduta dall’incontro a sorpresa di Pechino del segretario al tesoro Timothy Geithner, con il vicepremier cinese Wang Qishan. L’intervento delle autorità cinesi potrebbe contribuire a stemperare i contrasti e far ripartire il dialogo fra le due superpotenze, compromesso da posizioni molto divergenti su temi delicati che interessano e coinvolgono anche altre nazioni, dalla Russia, ai principali Paesi europei, al Giappone. Problemi cruciali che vanno dalla vendita di armi degli Stati Uniti a Taiwan, ai diritti umani in Cina con le repressioni in Tibet e nei confronti di cristiani e musulmani nel resto del Paese, allo scarso impegno in difesa dell’ambiente, all’applicazione dei dazi doganali con i quali Pechino frena le esportazioni americane. E ultimo, in ordine di tempo, ad acuire le tensioni tra i due Paesi ha contribuito, l’atteggiamento di Pechino che non ha preso provvedimenti, per evitare la censura sugli utenti cinesi di Google. Sono questioni molto serie e difficilmente sanabili nel giro di pochi anni, anzi potrebbero aumentare i motivi di contrasto fra i due Paesi, con forti ripercussioni su tutto il mondo, compresa l’Europa, che su questi delicati temi, non sembra dare la dovuta attenzione. E sbaglia la diplomazia di Bruxelles a non far sentire la sua voce: perché le questioni che preoccupano Washington, che ha assunto una posizione ferma nei confronti di Pechino, ribadita dalla condanna della segretaria di Stato Clinton all’attacco informatico a Google, riguardano l’Europa, che non può continuare a ignorare la situazione.

Gli Stati Unti, in passato, anche in quello più recente, hanno esercitato la loro leadership mondiale in modo alquanto imprudente non sempre rispettando il diritto internazionale e gli equilibri strategici. Lo testimonia l’attacco in Iraq, non giustificato dalla presenza di armi nucleari, che ha provocato la destabilizzazione dell’intera area. Ma nel braccio di ferro fra i due colossi, le ragioni pendono prevalentemente dalla parte di Washington che sta rendendo un servizio prezioso anche all’Europa, invasa dai prodotti made in China che non soltanto mettono in ginocchio l’economia del Vecchio Continente, ma rappresentano, spesso, un pericolo per la salute di coloro che li acquistano. L’economia degli Stati Uniti dà segnali concreti di miglioramento, lo confermano i recenti dati sull’occupazione, nel mese di marzo sono stati infatti creati 162mila nuovi posti di lavoro e contemporaneamente il tasso di disoccupazione non è aumentato. Non accadeva da tre anni. Da quando si sono avvertite le prime avvisaglie della crisi del mercato immobiliare e dei Subprime. Una ripresa, che avrà riflessi positivi sul mercato continentale, ma che potrebbe essere in parte vanificata dall’atteggiamento di Pechino, se alla decisione di far fluttuare la propria moneta non seguiranno altri interventi sostanziali in campo economico. L’apprezzamento dello yuan sul dollaro potrebbe favorire le esportazioni degli Stati Uniti nel Paese asiatico, anche se lo squilibrio fra le due monete, con ripercussioni sull’Euro, resta molto alta. In un anno, lo yuan è cresciuto rispetto al dollaro soltanto dello 0,1%: la moneta americana vale 6,83 yuan.

La Cina deve proseguire sulla politica dell’apertura ai mercati internazionali, favorendo contemporaneamente la crescita interna. Per motivi di equilibrio internazionale. Pechino possiede 894 miliardi di dollari ( i dati si riferiscono a marzo 2010) di bond made in Usa, e ha superato di nuovo il Giappone nella speciale classifica dei principali creditori del debito Americano. Ma anche Washington non potrà esercitare un atteggiamento estremamente risolutivo nei confronti del governo cinese, il cui voto nel Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite è determinante per l’applicazione delle sanzioni all’Iran. Una partita fra i due colossi che si gioca su uno strettissimo filo di lana.

Restano molto forti le pressioni su Obama da parte di qualificati studiosi e analisti politici, affinché non abbassi la guardia. Il più convinto sostenitore di una politica ferma della Casa Bianca è Paul Krugman, premio nobel 2008 per l’economia, che ha auspicato un intervento forte del governo per difendere il dollaro dalla speculazione internazionale. Krugman ha accusato apertamente la Cina di concorrenza sleale: con la sua politica mercantilista sta minacciando l’economia mondiale. L’export cinese rappresenta infatti il 10 per cento di tutto il mercato mondiale. Occorre, dice il premio Nobel, riequilibrare questi dati, anche con misure protezioniste. La rivalutazione della moneta cinese può contribuire a stimolare l’economia americana, che sta dando timidi segnali di ripresa, spingendo i consumi interni e facendo ripartire il mercato immobiliare, in netta contrazione ormai da tre anni. Nel mese di gennaio la vendita degli immobili è diminuita del 7,6 per cento; per la prima volta, però, su base annua c’è stato un forte incremento: più 8,8 per cento. Un dato che può fare ben sperare sulla ripresa degli Stati Uniti, legata com’è noto alla vendita delle case. Dalla quale possono trarre profitto l’Europa e l’Italia. Ma che può essere vanificata da Pechino, poco disponibile a rivedere la sua politica economica e monetaria.

Gianluigi Indri

Fonte: La proprietà edilizia, 17 maggio 2010

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