I Jiuye: sogno oppressivo per i prigionieri cinesi

I direttori delle prigioni, senza precise regole processuali, possono assegnare i prigionieri “non ben riformati” o recidivi a “posti di lavoro obbligatori”. Lo scopo basilare del Jiuye è di “implementare al massimo” le politiche di riforma attraverso il lavoro e garantire la pubblica sicurezza.

In pratica, pur essendo scaduto il termine di carcerazione, il detenuto viene “ospitato” in fabbriche o fattorie dove continua a lavorare forzatamente per un tempo indeterminato.

C’è un modo di dire tra i prigionieri che dice più o meno così: “c’è una fine al Laogai, ma lo Jiuye è per sempre.”

E’ chiaro che in Cina, nonostante i vari proclami che emana il PCC e le notizie diffuse dai mass-media sulla svolta di un cambiamento verso la tutela dei diritti umani, la situazione drammatica resta sostanzialmente la stessa e che per essere privati della libertà personale non è necessario il mandato di un giudice che abbia accertato una violazione di legge.  Senza considerare il risvolto economico notevole che si nasconde dietro il sistema di detenzione Laogai.

Quando, invece, si viene sottoposti a un vero e proprio procedimento penale, non è garantito né il diritto di difesa né il giusto processo.

Non esiste la certezza del diritto, non esiste il principio di legalità neanche in campo penale: il reato di opinione di cui erano accusati i dissidenti ai tempi di Mao era quello di essere”controrivoluzionari” o di “destra”.

Dal 1997 la fattispecie è stata rinominata: “minaccia alla sicurezza di Stato” è il delitto imputato a chi professa una qualsiasi religione o a chi fa parte di una qualsiasi struttura associativa, sindacato o partito. Al di là dei limiti e delle strutture concesse dal PCC: oppure “ minaccia l’ordine pubblico” chi naviga liberamente in internet, chi parla in pubblico di democrazia e di diritti umani.

Il numero delle persone arrestate e internate con la sola accusa di “minaccia allo Stato” continua a salire. I fatti di cronaca riportati dai più prestigiosi social network ne sono una palese e chiara dimostrazione.

Nel 2008 sono stati più di mille e settecento gli arrestati e più di mille e quattrocento gli internati. Il doppio dell’anno precedente (Endangering State security Arrests, Prosecutions Jumped in 2008, “Duilhua Dialogue”. Issue 38, inverno 2010)

Gianni Taeshin Da Valle, Laogai Research Foundation, 28/11/2015

 

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