I finti rimpatri dei Rohingya in Birmania [video]

Sarebbe falsa la notizia del rimpatrio dei primi cinque dei 7 mila rifugiati musulmani Rohingya, fuggiti dal Myanmar per sottrarsi dalle violenze perpetrate dai militari. Una nota del governo del Myanmar aveva riportato che cinque componenti di una famiglia erano rientrati nello stato di Rakhine, al confine con il Bangladesh, nel villaggio di Maungdaw.

Le autorità avrebbero fornito ai cinque un documento nazionale di accertamento, una sorta di carta d’identità senza l’indicazione di cittadinanza, fin dal 1982 negata ai Rohingya. Nella stessa nota non veniva specificato se altri rimpatri fossero stati programmati. Ma il Bangladesh smentisce su tutta la linea la versione birmana per bocca del ministro dell’Interno del Bangladesh Asaduzzaman Khan. La famiglia in questione non è mai stata nell’elenco dei profughi fuggiti dalla Birmania.

“E’ una farsa del governo del Myanmar. Auspico fortemente che tutte le famiglie Rohingya possano tornare a casa il più presto possibile», ha commentato il ministro al riguardo.

Il Bangladesh ha fornito al Myanmar una lista contenente 8 mila nominativi per iniziare le operazioni di rimpatrio, soggette a ritardi per articolate procedure di verifica.

Anche Abul Kalam, capo della Commissione rifugiati, soccorso e rimpatri, ha confermato come la famiglia non abbia mai attraversato il confine, motivo per il quale non si puo’ parlare di rimpatrio.

“Nessun rimpatrio ha avuto luogo e il Bangladesh non è assolutamente coinvolto”, ha detto Kalam da Cox’s Bazar, teatro dell’accoglienza dei Rohingya in Bangladesh.

A conferma delle parole dei rappresentati delle istituzioni del Bangladesh anche quelle di Asif Munier, esperto della crisi Rohingya per conto delle Nazioni Unite da diversi anni.

“Si tratta di una continua messa in scena, il governo del Bangladesh e la comunità internazionale dovrebbero chiedere spiegazioni al Myanmar. Per via del processo bilaterale in corso e per il coinvolgimento delle Nazioni Unite questa mossa risulta assolutamente fuori luogo», ha Munier.

Le truppe militari birmane sono state accusate di stupri, uccisioni, torture e di bruciare i villaggi rohingya dopo i violenti scontri tra i ribelli e le forze di polizia dello scorso 25 agosto. Le Nazioni Unite e gli Stati Uniti hanno descritto quanto avvenuto come azioni di «pulizia etnica».
Dal 28 aprile una delegazione del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite (Unsc) è in missione nei campi profughi Rohingya in Bangladesh. La squadra si recherà anche nello stato di Rakhine, in Myanmar, da cui circa 700.000 Rohingya sono fuggiti da una repressione militare lo scorso anno. Secondo l’Onu e numerose associazioni umanitarie, l’enclave Rohingya in Bangladesh sta diventando il più grande campo profughi al mondo. Dopo l’arrivo al Cox’s Bazar a sud del Paese, dove i Rohingya fuggiti vivono ora nei campi, i delegati visiteranno la capitale del Bangladesh, Dacca, e la capitale del Myanmar, Naypyitaw, per i colloqui con i funzionari del governo prima di recarsi a Rakhine martedì.

Corriere della Sera,29/04/2018

English article,alarabiya.net:

Myanmar’s fake repatriation of the Rohingya family

Video Reuters TvRohingya refugees plead with un security council for help,clicc quì

 

Condividi:

Stampa questo articolo Stampa questo articolo
Condizioni di utilizzo - Terms of use
Potete liberamente stampare e far circolare tutti gli articoli pubblicati su LAOGAI RESEARCH FOUNDATION, ma per favore citate la fonte.
Feel free to copy and share all article on LAOGAI RESEARCH FOUNDATION, but please quote the source.
Licenza Creative Commons
Quest'opera è distribuita con Licenza Creative Commons Attribuzione - Non commerciale 3.0 Internazionale.