Hu Jia malato in prigione, forse cancro al fegato

L’attivista cinese Hu Jia, in prigione dall’inizio del 2008, soffre di una malattia al fegato che potrebbe essere cancro.Lo sostiene la moglie Zeng Jiayan, che accusa le autorità di voler lasciar morire il marito, noto per le sue battaglie contro la diffusione dell’Aids in Cina. I medici dell’ospedale della prigione di Pechino che lo hanno esaminato il 30 marzo – racconta la Zeng al Chinese Human Rights Defender – hanno constatato che l’attivista ha una grossa escrescenza sul fegato.

Zeng, lei stessa attivista per i diritti civili, ha aggiunto che il marito era malato “in modo cronico” di epatite virale B “già al momento del suo arresto”, avvenuto nel gennaio del 2008. Renee Xia, direttore del Chrd, spiega che le autorità penitenziarie non hanno trattato in alcun modo le malattie di Hu, vincitore nel 2008 del Premio Sakharov e da due anni nella lista dei nominati per il Nobel per la Pace.

Secondo la Xia, “le prove dimostrano senza ombra di dubbio che negli ultimi due anni Hu Jia non è stato curato. Eppure la legge impone di trattare in maniera adeguata chi soffre in carcere”. Il 30 marzo scorso, la situazione del dissidente è peggiorata tanto da costringerlo a letto, in infermeria. Da allora, dice la moglie, “non è ancora stato riportato in cella. Nessuno ci ha detto nulla sulla sua situazione”.

In una nota diffusa oggi, il gruppo umanitario Human Rights Watch afferma che le autorità cinesi “dovrebbero rilasciarlo immediatamente in libertà condizionale per ragioni mediche”. Secondo Hrw, inoltre, le autorità “non hanno spiegato i rifiuti opposti fino ad oggi alle richieste di libertà condizionale presentate da Zeng Jiayan, se non con vaghe dichiarazioni attribuite al personale carcerario secondo le quali l’attivista non è malato gravemente, è disobbediente e si rifiuta di comportarsi in modo tranquillo”.

Hu, 34 anni, è noto nel Paese per le sue battaglie a favore dei malati di Aids. Ha sempre combattuto per uno sviluppo democratico della Cina, per un’assoluta libertà religiosa nel Paese e per una revisione della situazione del Tibet, che “dovrebbe essere libero di decidere del suo futuro”. Con il tempo è diventato anche una sorta di punto centrale della dissidenza cinese: ha raccolto articoli, preparato ricorsi legali e presentato alla comunità internazionale l’opera di tutti gli altri oppositori del regime.

Ha collaborato con i media stranieri e con le ambasciate, fornendo materiale sulle violazioni ai diritti umani commesse dal Partito comunista. L’ultima condanna – a tre anni e mezzo di prigione – gli è stata comminata per aver scritto insieme all’avvocato democratico Teng Biao una lettera aperta nella quale si criticava l’uso delle Olimpiadi di Pechino del 2008 per la propaganda politica del Partito Comunista Cinese, il partito unico che governa il Paese.

Il Chrd, insieme a molte altre associazioni per i diritti umani, chiede oggi a Pechino di liberare l’attivista per motivi umanitari: “La sua detenzione è arbitraria e il suo processo molto dubbio. Ora che è malato deve poter tornare in libertà, quanto meno il tempo necessario a curarsi”.

 

da Asia News

09/04/2010 11:29

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