Hollande snobba il Dalai Lama

La massima autorità spirituale del Buddhismo tibetano in questi giorni ha visitato la Francia. Il 14° Dalai Lama Tenzin Gyatso si è trattenuto  tra Parigi e Strasburgo fino al 18 settembre per animare un ciclo di incontri su dialogo religioso, ecologia e scienza. A fare gli onori di casa al Lama premio Nobel per la pace non era presente né Francois Hollande né figure di primo piano del governo francese.

L’atteggiamento elusivo con cui l’establishment francese ha aggirato la presenza di Tenzin nasce probabilmente dalla volontà di non suscitare le ormai arcinote ire di Pechino.

Da qualche giorno, negli ambienti cattolici, si vocifera altrettanto anche di Papa Francesco. Persino il Santo Padre avrebbe ceduto alle pressioni dei cinesi per non rinunciare a quel viaggio ad Honk Kong, previsto per il prossimo anno, destinato a risolvere la “questione cinese”. Così, come ha confermato il suo segretario ad AsiaNews, il Dalai Lama non parteciperà nemmeno agli incontri di Assisi che, in una prospettiva completamente rovesciata, nel 1986 lo videro accanto a Giovanni Paolo II.

Le conseguenze per chi non si piega ai diktat della realpolik sono immediate. Se lo ricorda bene l’ex premier inglese David Cameron. Il conservatore britannico, dopo aver ricevuto Tenzin in forma privata e sbrigativa, si è visto slittare di un anno la visita ufficiale in Cina. Ma la lista dei capi di stato scottati dalle fiamme del dragone è lunga.

Con Obama è stata una vera e propria telenovela. Iniziata agli albori del mandato presidenziale. All’epoca, la visita di Tenzin alla Casa Bianca aveva contribuito alla glaciazione delle relazioni diplomatiche tra Washintong e Pechino. Da quei fatti sono passati sei anni e, nel frattempo, il Lama è tornato negli States per ben quattro volte. L’ultima è stata a giugno scorso. Niente telecamere, niente stampa. Se non fosse per quella foto postata su Instagram dall’entourage del leader religioso potrebbe tranquillamente non esserci mai stato alcun incontro. Anche la scelta della location, ovvero la Map Room e non il più prestigioso Studio Ovale rivela la volontà di stuzzicare il meno possibile la Cina e di non minare “la reciproca fiducia e cooperazione” di cui parlava un portavoce del Ministero degli Esteri cinese.

Anche se il Dalai Lama sembra aver abbandonato da tempo il sogno dell’indipendenza del Tibet, definita ormai “impraticabile”, per orientarsi su una visione più moderata (la c.d. Via di Mezzo, ndr) che guarda ad una “genuina autonomia” del Tetto del Mondo da Pechino, l’atteggiamento delle autorità cinesi non si è ammorbidito e l’auspicato dialogo tra le parti non è mai decollato. Tanto che sotto la scure di Pechino, finiscono anche vip e personaggi dello spettacolo. La cantante Lady Gaga, ad esempio, è stata inserita nella black list del Partito Comunista cinese solo per aver discusso con Tenzin di alimentazione e medicina naturale.

 Dal canto suo, “il lupo in abiti da monaco” (così come viene chiamato Tenzin dai suoi avversari, ndr) ha dato lezione di diplomazia incassando l’ennesimo rifiuto, quello di Hollande, con proverbiale eleganza. Tenzin ha spiegato a Le Monde di non voler mettere in imbarazzo nessuno e che, in fin dei conti, “lo scopo della visita non è quello di incontrare leader politici. Non ho nulla da dirgli, preferisco parlare di felicità”.

Elena Barlozzari,18/09/2016

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