HARRY WU, dissidente troppo scomodo: è stato eliminato?

di Aldo Forbice
Il regime comunista cinese forse si è reso complice o addirittura mandante di un assassinio: quello del fondatore a Washington della Laogai Research  Foundation, il dissidente cinese Harry Wu. Si trattava di un uomo combattivo, scomodo, nemico delle autorità cinesi che avevano fatto di tutto per neutralizzare le sue attività per denunciare gli orrori del regime comunista della Repubblica popolare cinese.


Era stato una vittima di quel regime,con una condanna a 19 anni nei laogai (una sorta di lager), con torture di ogni tipo. Con il suo libro: “Contro Rivoluzionario: i miei anni nei gulag cinesi”, aveva svelato il loro orrore.

Fuggito negli Usa, Wu aveva creato a Washington un museo dei  laogai (con gli strumenti di tortura, le foto sulle condizioni di vita dei detenuti ridotti in schiavitù).

Ora il museo,la stessa sede della Fondazione e il sito web ,dopo la misteriosa scomparsa di Wu, sono stati chiusi senza alcuna spiegazione. Chi si proponeva di chiudere la bocca a questo coraggioso dissidente cinese ha ottenuto il suo scopo. La  morte di Wu risale al 26 aprile dell’anno scorso. Sul corpo di quest’uomo, stranamente, non è stata fatta alcuna autopsia, con la complicità  dell’ex moglie, che ha velocemente provveduto alla cremazione ,rendendo impossibile la ricerca di prove su un assassinio, più che probabile. Non ci sono prove dunque, se non qualche indizio  e quindi è  quasi certa l’archiviazione dell’inchiesta. Sappiamo che i servizi segreti cinesi dispongono di mezzi potenti per organizzare, patrocinare e depistare ogni inchiesta, anche se comprende  vittime umane.

E’ quello che pensano i dirigenti della Laogai Research Foundation Italia, a cominciare dal suo presidente Tony Brandi e dal direttore, Gianni-Taeshin Da Valle. Lo hanno apertamente dichiarato in una conferenza stampa alla Camera dei deputati  e in un’affollata assemblea alla Casa del cinema di Roma, a Villa Borghese,con la proiezione di un film documentario Free China: il coraggio di credere, quella degli orrori,delle violenze sugli esseri umani (i laogai, la politica sul figlio unico, la persecuzione delle minoranze etniche e religiose ecc).

Il film documentario e il dibattito di esperti e appassionati difensori dei diritti umani che ne è seguito, ha lasciato il pubblico esterefatto. La voce narrante sottolineava ripetutamente che “non esiste paese al mondo dove sono concentrati tante violenze sugli esseri umani”: donne, bambini, disabili, persecuzioni delle minoranze che dissentono dalle  direttive del regime sulla libertà di espressione, sulla religione, sui media e sul web.

Tutti infatti conoscono la Cina come la seconda economia mondiale, che cerca di sorpassare da anni gli Stati Uniti, anche con l’aiuto dell’India, che ha un’economia in crescita del pil (del 7,2% quest’anno, il 7,7 nel 2018 ),mentre Pechino subisce un rallentamento che l’ha portata al 6,7 nel 2017. In ogni caso, i due giganti asiatici rappresentano, secondo il Fondo monetario internazionale, quasi un quarto del Pil di tutto il mondo.La popolazione cinese, lo ricordiamo, è arrivata a un miliardo 370 milioni, di cui il 44 %, secondo la Word Bank vive di sussistenza nelle campagne.

I contadini erano storicamente molto poveri, ma sono rimasti in gran parte in condizioni di  sottosviluppo. Ogni giorno si spostano dalle campagne alle città, sedi di complessi industriali, milioni di esseri umani: un pendolarismo di massa che comporta sacrifici immane alle famiglie contadine, nel disinteresse delle autorità che favoriscono questo fenomeno.

L’economia cinese ha però anche molte ombre. Le crisi finanziarie sono sempre all’orizzonte e probabilmente rallenteranno la locomotiva ad alta velocità di questa superpotenza economica, in competizione con gli Stati Uniti.

Ma  è anche ipotizzabile, pronosticano diversi economisti, che si vada delineando, col tempo, una nuova realtà che qualcuno già definisce “Chimerica”, cioè una più solida alleanza nei prossimi dieci anni, commerciale ed economica, tra Cina e Stati Uniti, nonostante le schermaglie di questi ultimi mesi tra Trump e Xi Jinping.

E’ proprio per questo che il presidente cinese sta puntando tutte le sue carte sull’accelerazione della globalizzazione, in risposta alla politica protezionistica americana. Jinping sta facendo di tutto per conquistare col sorriso e la diplomazia l’Europa, promettendo un fiume di investimenti e di  importazioni: si è inventato  le “vie della seta”, annunciando che  in cinque anni si propone di investire oltre 750 miliardi di dollari e importare in Cina prodotti europei per 8000 miliardi di dollari.

Nella “trappola” sembra essere caduto anche il premier Paolo Gentiloni, almeno a giudicare dalle sue trionfalistiche dichiarazioni dei giorni scorsi. “Sarebbe un errore – ha detto –  non essere  presenti in questa grande opportunità”. Si riferiva al colossale investimento programmato (complessivamente 900 miliardi di dollari), che comprende anche il potenziamento dei porti di Genova, Trieste e Venezia. Non ha detto però il nostro presidente quali effettivi vantaggi potrebbero derivare alla nostra industria e al nostro commercio estero, superata la pioggia di miliardi per il potenziamento delle infrastrutture europee e cioè la decuplicazione dell’export cinese in Europa.

E soprattutto non ha speso una sola parola sui diritti umani nel gigante asiatico, che sembrano tutt’altro che migliorati. Di questo si è parlato a lungo anche nei due incontri romani, promossi dalla Laogai Research Foundation.

Facciamo qualche esempio dei temi trattati.

Figlio unico. Si era detto che in Cina fosse stato superato il vincolo del figlio unico per ogni famiglia. Le cose però non stanno esattamente così.  La politica del figlio unico ha solo cambiato nome. Francesca Romana Poleggi, dirigente dell’associazione ProVita, ha detto che ogni giorno in Cina si registrano 23 milioni di aborti al giorno, 43 al minuto. Una larga parte non sono volontari, ma decisi dagli uffici di pianificazione familiare, dove operano 94 mila “volontari” del regime .In altre parole, la donna che rimane incinta per la seconda volta dovrà essere autorizzata a partorire;  la terza volta è rigorosamente vietato. Diversamente rischia l’aborto forzato o pesantissime multe “che non basta una vita per pagarle”.

Pena di morte. Le autorità cinesi cercano di accreditare la tesi che la pena capitale è ora comminata solo per un limitato di casi gravi. A questo proposito è stato anche pubblicato un “libro bianco”. Non si da però una sola cifra sulle sentenze di condanne a morte e sulle esecuzioni. Anche l’ultimo Rapporto di Amnesty International stigmatizza il comportamento delle autorità cinesi che continuano a considerare le “cifre della morte” un segreto di Stato. Un tempo le ong umanitarie stimavano una cifra annua di 10 mila esecuzioni, poi  si è parlato di 5 mila. E poi? “Da qualche anno – commenta Amnesty – non pubblichiamo più cifre, semplicemente perché non le abbiamo ufficialmente”. In ogni caso, si tratta pur sempre della più alta cifra di condannati a morte e di esecuzioni fra tutti i paesi del mondo.

Vendita degli organi. E’ stato proprio Harry Wu a denunciare per primo,con un dossier di testimonianze anche di medici, il traffico degli organi dei condannati a morte e l’espianto forzato di cuore, reni, fegato, ecc. ai dissidenti, soprattutto delle minoranze perseguitate (uiguri, falung gong, tibetani, ecc). Gli organi vengono prelevati subito dopo le esecuzioni nelle carceri e trasportati in apposite ambulanze. Vi sono 600 ospedali specializzati in questo traffico, con profitti altissimi. Secondo una recente legge cinese, per regolarizzare il mercato nero degli organi umani, il consenso del prigioniero per la donazione dei propri organi, è obbligatorio. Ma, Human Right Watch ha denunciato, in un reportage della Cnn, nel febbraio scorso, che “i condannati a morte sono soggetti a qualunque pressione e quindi il loro non può essere un gesto volontario”. Soprattutto in paesi, come la Cina dove quasi sempre le confessioni vengono ottenute con la tortura.

Secondo un rapporto di qualche mese fa di David Matas (avvocato per i diritti umani), David Kilgour (ex sottosegretario di Stato) e Ethan Gutmann (un notissimo giornalista), ogni anno in Cina si eseguono dai 60 mila ai 100 mila trapianti di organi, mentre le autorità ne dichiarano appena 10 mila. Secondo questo Rapporto almeno un milione e mezzo  di esseri umani sono stati uccisi per i loro organi negli ultimi anni. Sulla scorta di questo rapporto il Congresso americano ha approvato l’anno scorso, all’unanimità, una risoluzione in cui si chiede “la fine della pratica del prelievo forzato degli organi in Cina”. Anche il parlamento europeo ha preso posizione, promuovendo un’indagine sul “prelievo coatto degli organi dei prigionieri di coscienza”, con una dichiarazione firmata da 413 eurodeputati di tutti i 28 Stati membri, fra cui 59 dei 73 parlamentari italiani.

Persecuzioni minoranze. Negli ultimi tempi si è intensificata la persecuzione delle minoranze etniche e religiose. Particolarmente prese di mira sono i blogger,i giornalisti, gli scrittori, gli avvocati, i difensori dei diritti umani, soprattutto delle minoranze (uiguri, tibetani, cristiani, seguaci dei falung gong) con continui arresti,trasferimenti nei laogai e in province diverse da quelle di origine, col divieto assoluto di viaggiare. Inoltre, sono molto frequenti la chiusura di siti web, l’arresto  degli operatori e, nei casi meno gravi, il ritiro dei passaporti e la perdita del posto di lavoro, per chi non segue le direttive del partito comunista cinese.

Ecco che cosa è “l’altra Cina”, l’altra faccia della medaglia di una grande potenza economica che pochi conoscono.

I nostri politici, gli imprenditori, gli uomini dell’alta finanza sono abbagliati da un paese-continente “capitalista-comunista”, che promette affari, facili profitti, in nome della globalizzazione. Harry Wu rappresentava solo un fastidioso ostacolo che andava rimosso. I diritti umani possono attendere.

Aldo Forbice, 29 giugno 2017


Fonte: La Verità, “L’Ue chiude gli occhi sulla Cina degli orrori”, 7 lug 17

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