I guai di Jamyang Kyi, libera intellettuale tibetana

Cantante e scrittrice femminista, Kyi è osteggiata a casa dai conservatori perché lotta contro le tradizioni più bieche. E perseguitata dal potere cinese perché ne denuncia gli abusi. Arrestata nel 2008, da allora per lei “non c’è tregua”. Ultimo sopruso: la confisca dei suoi libri.

«Quando sento gli uomini tibetani dire che le donne sono creature dipendenti, all’improvviso immagino che questo possa voler dire che le donne tibetane non debbano mai affrontare problemi o attraversare tempeste di neve, perché restano a casa con bei vestiti e buon vino; insomma sembrerebbe che le donne non debbano fare altro che rilassarsi e divertirsi. La realtà, tuttavia, è che sia gli uomini sia le donne lavorano allo stesso modo, tanto nei campi quanto nelle praterie nomadi. In particolare, la maggior parte del lavoro sul campo e in casa è svolto da donne. A causa della tradizione ideologica della nostra società, le donne sono solitamente etichettate come dipendenti dalla “trinità” del padre, del marito e del figlio. A mio parere, le sole cose che le donne fanno di meno sono i lavori che richiedono molta forza fisica. Pertanto, il titolo di creature dipendenti non è una descrizione adatta per le donne e dovrebbe essere rimosso dai nostri pensieri».

Questo brano è parte di una delle tre risposte che Jamyang Kyi ha fornito tempo fa a un suo studente sulla condizione femminile in Tibet. Jamyang Kyi è la sola autrice tibetana che negli ultimi anni si è distinta per opere e post su internet sulla situazione delle donne e su questioni sociali in Tibet. Alcune sue posizioni non hanno giovato alla sua reputazione all’interno della comunità tibetana. E non solo. Perché il suo status di intellettuale che lotta contro la tradizione tibetana più bieca e denuncia anche gli abusi delle autorità cinesi, ha finito per metterle contro anche Pechino.

La sua recente accusa contro le autorità cinesi, responsabili di aver confiscato i libri suoi e del marito portando anche un danno economico oltre che culturale, non ha certo ottenuto l’attenzione mediatica internazionale che avrebbe meritato, pur essendo l’ennesimo atto intimidatorio da parte diella Cina.

Jamyang Kyi è nata nel 1965 nella contea di Guinan (Mangra in tibetano) nella prefettura autonoma tibetana di Hainan (Tsolho) nel Qinghai. Laureata nel 1984 presso l’Istituto di formazione per insegnanti della Prefettura di Hainan ha lavorato per anni come traduttrice; si tratta di una persona dal profilo artistico peculiare: è stata una famosa cantante popolare, ex giornalista conduttrice di una trasmissione di successo per il canale televisivo in lingua tibetana, la stazione televisiva Qinghai. Scrittrice e femminista, ha avuto anche un’importante esperienza all’estero dove, nel 2006, è stata visiting scholar presso la Columbia University di New York City.

La denuncia contro Pechino

In un post sul suo blog di venerdì scorso Jamyang ha scritto che un gruppo di funzionari avrebbe confiscato 1.040 copie del suo libro Diritti e Benessere e le copie di un libro tradotto dal cinese dal marito, un altro intellettuale tibetano, dal titolo Separazione di poteri e protezione dei diritti. I libri sarebbero stati confiscati tanto in una libreria di Lhasa quando di Xiling (Siling in tibetano).

Nel suo post Jamyang Kyi ha spiegato anche di essere stata incredibilmente ingannata: avrebbe infatti consegnato lei stessa 200 copie dei due libri a un falso acquirente a Lhasa. Anche quei libri sarebbero stati subito confiscati. «Se non ci restituiscono i libri, ci costerebbe 6,300 RMB (quasi un migliaio di euro). Anche se non siamo molto preoccupati per la perdita finanziaria, mi rattrista profondamente il pensiero che ostacoli non meritati possano minacciare la sopravvivenza di questi libri appena pubblicati. Più preoccupante è il pensiero che possano togliere il piccolo granello di libertà che abbiamo nell’esprimere la nostra condizione per iscritto».

Secondo un rapporto diffuso dal Centro tibetano per i diritti umani e la democrazia (Tchrd) sul loro sito web, Jamyang Kyi ha scritto che «Sono passati mesi e anni, sono passati quasi 10 anni, ma non c’è tregua e non c’è fine a questo a questo genere di eventi che continuano a interrompere interrompendo la mia pace, disturbano il mio sostentamento e molestano la mia famiglia e i miei figli. Qual è lo scopo di questo costante tentativo di distruggere la nostra vita? Perché? Perché? Questa terra è quella dei miei padri e delle mie madri, eppure vivo qui come un prigioniero in fuga».

L’arresto durante gli scontri in Tibet nel 2008

I “quasi dieci anni” a cui fa riferimento la scrittrice nel suo post sono quelli trascorsi dal 2008.

Un anno storico per la Cina, a causa delle Olimpiadi ospitate proprio a Pechino; prima dell’evento mondiale, che avrebbe presentato la Cina che cresceva a due cifre a tutto il mondo, in Tibet ci furono proteste, scontri feroci e tanti arresti e condanne. Nel 2008, infatti, ci fu una vera e propria insurrezione sedata dalla Cina in modo violento. All’epoca Jamyang Kyi venne arrestata.

Fu una delle esponenti più importanti della comunità tibetana a finire in carcere durante la rivolta del 2008 in Tibet. Fu fermata il 1 aprile e rilasciata dopo circa venti giorni, dopo avere pagato una multa. Era stata accusata di aver inviato messaggi ai suoi amici sui disordini. Successivamente ha raccontato le sue esperienze e le torture subite durante quei giorni in carcere nel libro A Sequence of Tortures; A Diary of Interrogations. Dopo la liberazione venne posta “sotto sorveglianza governativa”. Da allora, insieme alla propria famiglia, è vittima di continue intimidazioni. Pesa, come già fu per l’arresto, la sua amicizia con Woeser, altra scrittrice tibetana molto famosa.

Contro la tradizione tibetana

Il libro più famoso di Jamyang è senza dubbio Mixture of Snow and Rain, Joy and Sorrow of Women. Secondo il sito Highpeakspureheart (dedicato alla cultura tibetana) “è la prima critica femminista della società tibetana e la sua scrittura è ampiamente influenzata dalle scrittrice femministe occidentali”. Il libro si occupa della condizione femminile nella società tibetana (che l’autrice non manca di criticare, senza per questo avvallare il progresso offerto dai cinesi) “dove le mogli non sono trattate meglio dei domestici”.

Jamyang chiede alle donne tibetane se pensano davvero di essere nate per “fare le casalinghe”. Le sue preoccupazioni riguardano la difficile situazione delle donne tibetane e “il desiderio di combattere l’ingiustizia all’interno di una società tibetana patriarcale” tanto da diventare impopolare con gli ambienti più conservatori della società tibetana.

Jamgyang Kyi ha infatti sempre sostenuto che i tibetani non possono combattere per la giustizia quando l’ingiustizia viene perpetrata nella stessa comunità tibetana nel nome della tradizione. Posizione che tra l’altro dovrebbe accomunare sia tibetani sia cinesi.

Eastwest.eu,22 nov.2017

English article,Central Tibetan Administration:

Like a Prisoner on the Run, the story of Tibetan Female Writer Jamyang Kyi

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