Il grano per il pane più vantaggioso comprarlo in Cina, piuttosto che dietro casa, a discapito di sicurezza e di qualità

Era il 20 giugno 1925 quando la Camera dei Deputati del Regno d’Italia proclamò l’inizio della “battaglia del grano”. All’epoca l’Italia importava circa un terzo del suo fabbisogno di frumento, e il Duce, da poco insediatosi, voleva rendere l’Italia un paese più autonomo e indipendente dai rifornimenti che venivano dall’estero.

Come ottenere però un aumento della quantità di grano prodotto? La risposta fu l’aumento della produttività, in una parola modernizzazione: selezionare semi e varietà che fossero più redditizie e migliorare i metodi di concimazione e di coltivazione. Ma già i tecnici di Mussolini si accorsero che c’era una terza variabile nella produzione del grano: i prezzi.

Produrre grano doveva essere conveniente per gli agricoltori, così come per coloro che lo acquistavano. Tant’è che per arginare l’importazione il governo fu poi costretto a mettere dazi sui grani provenienti dall’estero.
Cosa c’entra questa vicenda di più di 90 anni fa con la situazione di oggi? Molto, in realtà. Siamo abituati ad andare al supermercato e comprare un pacco di pasta, dal panettiere le pagnotte, quasi ci dimentichiamo che quel cibo deve essere fabbricato, e che la materia prima essenziale per produrlo è il grano.

Ma da dove viene questo grano? Dall’Italia, potrebbe essere la risposta. Potrebbe, è il verbo giusto. Nell’immaginario collettivo ci sono grandi distese di campi, che nei giorni d’estate si riempiono dell’oro dei cereali. Invece questo scenario rischia di non essere altro che un sogno, o un ricordo.
Già da alcuni si registra un forte aumento dell’importazione di cereali esteri, destinati soprattutto all’alimentazione animale, in questi ultimi tempi è però anche aumentata l’importazione di quelli destinati al consumo umano (quindi grano per fare pane e pasta).

Quest’anno la situazione è particolarmente critica. I cerealicoltori italiani rischiano proprio a causa dell’importazione di non guadagnare abbastanza nemmeno per ripagare i costi di produzione. Come riportato dalla CIA (Confederazione Italiana Agricoltori) “100 chili di frumento tenero valgono quanto 7 chili di pane e 100 chili di grano duro sono pagati 18 euro al produttore agricolo, mentre 100 chili di pasta costano 180 euro al consumatore”.

Tutte le associazioni di categoria concordano nel ritenere la situazione insostenibile. Coldiretti ha già manifestato a Roma, CIA ha invece indetto una mobilitazione generale e una conferenza stampa per il 28 luglio. Il ministero ha annunciato, dopo un tavolo con le associazioni, misure a sostegno della cerealicoltura italiana, misure che però devono essere applicate tempestivamente visto il crollo dei prezzi e le continue importazioni.

Ci gloriamo del nostro Made in Italy, ma lo proteggiamo davvero? Siamo davvero sicuri che quello che compriamo come “fatto in Italia” abbia davvero materia prime italiane? 90 anni fa Mussolini fu costretto a proteggere la produzione italiana inserendo dazi e dogane, oggi cosa possiamo fare?

Il mercato unico europeo impedisce queste soluzioni. La globalizzazione dei mercati rende più vantaggioso comprare la materia prima in Cina, piuttosto che dietro casa, a discapito di sicurezza e di qualità.

Di scrivere la provenienza delle materie prime però nemmeno se ne parla, chissà che bel melting pot sarebbero i nostri cibi. Proteggere la produzione italiana non è solo proteggere dei posti di lavoro e una cultura millenaria, ma anche proteggere il territorio. Un terreno abbandonato a se stesso, è un terreno instabile, che può anche diventare pericoloso per l’uomo. Inoltre come non dimenticare il danno d’immagine, vista la quantità di turisti che vengono nel nostro paese per ammirare campagne e paesaggi.
Mangiare è una delle necessità che tutti abbiamo. E ci piace mangiare bene e sano, mangiare prodotti di qualità. Forse dovremmo anche incominciare a pensare all’interdipendenza tra chi produce e chi consuma.

Caratteri Liberi, 29/07/2016

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