Giornali e blog sotto accusa. I «sobillatori» licenziati

Le direttive su cosa è meglio pubblicare e cosa no in Cina solitamente arrivano direttamente nelle redazioni dei giornali, diramate dalle autorità governative nazionali o locali. Un’attività che prende il nome de «Il Ministero della Verità», così che i i direttori e i loro sottoposti siano sempre al corrente della linea del Partito da seguire scrupolosamente. In questo clima propagandistico chi rischia, paga.

Nell’aprile del 2008, Chang Ping era uno degli editorialisti più importanti del Southern Metropolis Weekly, magazine settimanale controllato dal Southern Media Group. Solo un anno prima era stato premiato come uno degli editorialisti più influenti del Paese: in quel periodo l’arsenale mediatico cinese stava ancora bombardando l’opinione pubblica nazionale, mostrando video e raccontando le sommosse che da marzo si erano propagate dal Tibet fino in Xinjiang. Mentre impazzava la gara al fondo più patriottico, all’indignazione per le minoranze ingrate e alle accuse di parzialità in malafede dei media occidentali, Chang Ping si tirò fuori dalla mischia e scrisse un pezzo sull’importanza della libertà di stampa, sulla difficoltà di poter veramente raccontare la verità di Lhasa in quelle condizioni, spronando i suoi lettori a riflettere sulla mancanza di libertà di espressione. L’articolo scatenò reazioni nazionaliste su internet, mentre editorialisti di altre testate non esitavano ad additarlo come «sobillatore». In mezzo al fuoco incrociato di colleghi e opinione pubblica, Chan Ping non si rimangiò nulla, rincarando la dose quando sul suo blog ripercorse la sua esperienza di giornalista in Cina, un equilibrista dell’autocensura: «La cosa nella quale mi sono allenato di più negli ultimi dieci anni, è stato l’evitare rischi nel mio lavoro. L’autocensura era ormai parte della mia vita. E di questo provo per me stesso un senso di disgusto. Alcuni dei miei colleghi sono molto orgogliosi delle loro doti censorie, e ne fanno ampio sfoggio davanti agli altri impiegati. Anche io dispongo di quelle doti e le utilizzo ogni giorno, e di questo me ne vergogno, come si vergogna il boia sapendo di esser bravo ad ammazzare». Circa un mese dopo, agli inizi di maggio, venne licenziato in tronco. Nel settembre dello stesso anno, a Olimpiadi concluse, i giornali cinesi iniziarono a raccontare dello scandalo del latte in polvere Sanlu allungato con la melamina, causa di oltre 300.000 casi di intossicazione in tutta la Cina e della morte di 6 neonati in seguito a complicazioni renali. Fu Jianfeng, giornalista del Nanfang Zhoumo, sul suo blog a scrivere che «in realtà, il nostro He Feng aveva saputo che verso la fine di luglio almeno 20 bambini erano stati ricoverati per calcoli renali. Ma per le ragioni che tutti ben conosciamo, non fummo messi nelle condizioni di investigare in modo appropriato, poiché in quel momento era necessario che l’armonia permeasse ogni angolo (della Cina)». Un altro esempio: Xiang Xi, una delle firme del Nanfang Zhoumo, aveva appena intervistato il presidente americano Barack Obama in visita in Cina. L’intervista era stata concordata previo beneplacito del ministero degli Esteri cinesi, ed era uno scoop da prima pagina. Ancora non è chiaro cosa abbia fatto innervosire i censori del Partito, ma in concomitanza con l’uscita dell’intervista, che occupava tutta la prima pagina del settimanale, il Ministero della Verità aveva già spedito in tutta la Cina il bollettino del giorno: «A tutti i media, inclusi giornali, pubblicazioni di vario tipo e siti internet, non è permesso riprodurre l’intervista fatta dal Nanfang Zhoumo al presidente americano Barack Obama».

Fonte: China- files.com, 22 agosto 2010

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