Fotografa la città buddista Reggiano arrestato in Cina

Per superare il posto di blocco si è nascosto nel retrosedile di un camion, ricoprendosi con pelli di yak. Una volta raggiunta la città buddista di Larung Gar, nell’est del Tibet, è sceso e ha scattato una fotografia. Che gli è costata l’arresto. La città, infatti, da circa un mese è interdetta ai turisti per una drammatica decisione del governo cinese di demolirne una grande parte.

È la storia – vera per quanto surreale – del 26enne reggiano Giacomo Bruno, fotografo professionista che non riesce a saziare la sua curiosità e sogna di vivere di reportage di viaggio.

«Me ne sono andato con la morte nel cuore e una sola immagine scattata appena prima che mi bloccassero», ci racconta, tra mille difficoltà di rete e censura, dal Tibet.

Cos’è successo?

«Mi hanno raggiunto quattro agenti, attirati dalla macchina fotografica e soprattutto dalla barba e dai miei tratti occidentali. I documenti hanno confermato che non ero cinese, così mi hanno portato in caserma. Lì ho lasciato una dichiarazione in inglese su quanto avvenuto, omettendo come avevo raggiunto la città. Dopo circa mezz’ora mi hanno detto che avrei dovuto passare la notte in una struttura convenzionata del governo, e che l’indomani mi avrebbero messo su un mezzo per Garzè, la città più vicina. Così è avvenuto.»

Perché andare proprio a Larung Gar?

«A febbraio sono stato 30 giorni in Sri Lanka, per raccontare in un reportage la vita dei lavoratori nelle piantagioni di Ceylon Tea e della Cannella. Durante questo viaggio, grazie al mio assistente Nayanadeepa Dilan, mi sono avvicinato alla vita dei monaci buddisti e ho iniziato a fotografarli. Così è nato il progetto “Essential lives”, che mi ha portato a cercare nuovi soggetti da fotografare e a scoprire l’esistenza di Larung Gar, la più grande scuola di buddismo nel mondo, dove risiedono circa 10mila tra monaci e monache. Solo sei giorni prima della mia partenza, però, ho scoperto dalle notizie della Bbc della decisione del governo cinese di demolire una vasta parte della città».

Eppure non ha cambiato il suo programma…

«La notizia è stata davvero un colpo. Biglietti prenotati, itinerario stabilito, progetto già in mente e il cuore già là. Non volevo rinunciare a questo viaggio, così sono partito comunque, con la speranza che nell’arco di tempo tra la notizia e il mio arrivo qualcosa potesse cambiare».

Invece?

«Fin da Chengdu, prima tappa del mio giro, l’omertà è stata lampante: nessuno sembrava voler capire o sapere nulla di Larung Gar. Mi sono comunque messo in viaggio per raggiungere la mia meta: dopo alcune lunghe tappe in autobus sono salito su un minivan diretto in città. Tra i passeggeri, oltre a me e al mio amico Alessandro, c’erano due monache tibetane. A un certo punto il conducente si è fermato e ci ha riferito, gesticolando e mettendosi le mani a cerchio sulla testa per indicare che avremmo trovato dei poliziotti, che al posto di blocco noi stranieri non saremmo potuti passare. Per fortuna sono intervenute le monache».

In che modo?

«Sempre a gesti ci hanno spiegato che avevamo due alternative: svalicare a piedi, camminando per un chilometro a 4000 metri di altitudine con gli zaini sulle spalle, e raggiungere il bus fermo dopo il blocco, o nasconderci dentro a un camion. Subito l’idea del camion ci è sembrata troppo folle, poi però, ripensando al percorso sconosciuto che avremmo dovuto affrontare, con 20 chili sulle spalle e a quell’altitudine, abbiamo deciso di azzardare. Così ci hanno portato in una vicina rimessa e ci hanno indicato il camion su cui avremmo dovuto viaggiare».

E poi?

«Il camionista ci ha coperti con una pesante mantella di pelo di Yak, un odore indescrivibile, ed è partito. Dopo circa 5 minuti il camion ha iniziato a rallentare, ha sobbalzato su una serie di dossi e finalmente si è fermato. Un vociferare indistinto in cinese, poi il camion è ripartito. Ce l’avevamo fatta. Abbiamo pagato il camionista per il passaggio clandestino e siamo scesi. A poco meno di 100 metri dalla enorme vallata del monastero, sulla via di accesso a Larung Gar, mentre stavo scattando l’unica foto che mi rimane, ci hanno raggiunto gli agenti».

Adesso si torna a casa?

«No, digerita la sconfitta continuiamo il nostro viaggio: ci aspettano altre tappe tra cui Ya Quing e i maestosi altopiani tibetani del Sichuan».

Fonte: Gazzettadireggio.it, 22 ago 16

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