Emilia Romagna: maxi evasione fiscale

Più di un migliaio di aziende cinesi che si occupavano del settore tessile hanno evaso il fisco per centinaia di milioni di euro. I militari della Guardia di Finanza dell’Emilia Romagna hanno  scoperto una maxi evasione per centinaia di milioni di euro. Responsabili della frode fiscale oltre mille imprese tessili cinesi sparse sull’intero territorio  nazionale. Scoperti numerosi lavoratori cinesi clandestini. In manette due imprenditori. Le Fiamme Gialle hanno inoltre accertato consulenze di giovani commercialisti cinesi laureati a pieni voti nelle università italiane.Le imprese cinesi erano impegnate nel settore tessile. Per gli investigatori, l’evasione veniva messa in pratica secondo un metodo “altamente raffinato”. Le ditte incriminate vendevano fatture per acquisti o lavori inesistenti per far abbattere, attraverso finti costi, gli incassi delle aziende di alcuni connazionali che evitavano così di pagare le tasse. Al fisco, in totale, sono stati sottratti in soli due anni 250 milioni di euro, con un’evasione Iva di 45 milioni di euro. Le aziende “cartiere” avevano sede in Toscana, Marche, Emilia-Romagna e Lombardia. Fisso il tariffario per le fatture “tarocche”: dai 150 ai 600 euro. Il vantaggio era consistente: pagando 600 euro, infatti, un imprenditore è riuscito a portare in contabilità un costo (fasullo) di 390.000 euro. In alcuni casi le ditte, avendo addotto costi superiore ai ricavi, sono perfino andate a credito con il fisco. I finanzieri hanno denunciato 37 imprenditori, tra fruitori e titolari delle “cartiere”, per utilizzazione di fatture false per operazioni inesistenti. A breve potrebbero essere indagati tutti gli oltre 1.200 imprenditori acquirenti delle fatture false. Al gruppo non viene contestata l’associazione per delinquere, ma la finanza vuole vederci chiaro sul fatto che da tutta Italia gli imprenditori si rivolgevano sempre alle stesse dieci ditte. Non solo: andrà anche chiarito il ruolo giocato da otto studi di commercialisti dove lavoravano cinesi di seconda generazione laureati in Italia che hanno fornito “consulenze fiscali”. La fatture false servivano agli imprenditori perché lavorano tutti in subappalto per ditte italiane della moda che fatturano i lavori. A fronte di incassi “innegabili” al fisco, gli imprenditori avevano quindi trovato modo di vanificarli fiscalmente con spese mai sostenute: lavori edili o produzione di abiti.
“Questo modo di operare rappresenta il salto di livello della criminalità economica cinese”, ha spiegato il generale Domenico Minervini, comandante della Gdf dell’Emilia-Romagna. L’indagine era partita da un’inchiesta che a Ferrara nel 2008 scoprì una vera propria cittadella di clandestini dentro capannoni dove c’erano opifici abusivi. L’indagine portò all’arresto di due imprenditori e di 11 clandestini, oltre alla denuncia di 24 altri titolari di aziende. Ma controllando le carte delle ditte, i finanzieri hanno poi scoperto il giro di fatture false, di cui si servivano aziende di tutt’Italia, con la sola eccezione di Basilicata, Molise, Trentino-Alto Adige e Valle d’Aosta.

Fonte: TG Com, 4 agosto 2010

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