Le fabbriche tessili cinesi «riconvertite» alla marijuana

Cinque capannoni sequestrati nel weekend in Veneto, altre scoperte in Emilia: sono state spostate da Prato in seguito ai controlli sulla comunità orientale. La droga finisce in Nord Europa nascosta negli imballaggi dei prodotti di abbigliamento.

Basso costo della manodopera, capacità di adattamento al mercato, delocalizzazione della produzione: le chiavi del successo dell’industria “made in China” vengono ora usate per un altro business su cui sembrano essersi lanciati imprenditori delle comunità orientali in Italia: la produzione l’export di marijuana. Nello scorso fine settimana i carabinieri hanno sequestrato in Veneto cinque capannoni — formalmente fabbriche tesili — riconvertite a serre dove veniva coltivata canapa indiana. Il ritrovamento è un fatto tutto fuorché episodico: solo nel 2017 sono già una decina le fabbriche in mano a immigrati cinesi in cui sono state scoperte piantagioni di marijuana; guarda caso speso concentrate nei distretti del tessile (oltre che in Veneto, anche in Emilia e Toscana).

Lungo le rotte del tessile

Il blitz scattato la scorsa settimana in Veneto è di sicuro il più significativo degli ultimi tempi. Gli inquirenti sono arrivati innanzitutto a un capannone a Riese Pio X, in provincia di Treviso: a due «campesinos» con gli occhi a mandorla (subito arrestati) erano affidate 2mila piante alimentate da un sistema di irrigazione artificiale e lampade che illuminavano giorno e notte la serra. Nel capannone, ufficialmente, doveva avere sede un’azienda tessile. Identica situazione è stata riscontrata dai carabinieri in fabbriche distribuite a Piove di Sacco, Bagnoli, Codevigo e Agna, tutte in provincia di Padova. Secondo gli inquirenti il prodotto era destinato ai mercati del Nord Europa (Gran Bretagna, Olanda e Germania in particolare) e viaggiava approfittando delle rotte del tessile «mede in China»: la marijuana veniva infatti confezionata sottovuoto e nascosta all’interni degli imballaggi di abiti, camicie e altri capi d’abbigliamento.

 Un milione di euro in un colpo

Il narcotraffico gestito da cinesi non è però una prerogativa del Veneto dove un altro casolare adibito alla marijuana era stato scoperto sempre nel Padovano, a Montagnana: a febbraio una mega serra era venuta alla luce a Imola (con sequestro di sostanza stupefacente per un valore di un milione di euro) e quasi in contemporanea a Reggio Emilia e a Savigliano sul Rubicone. Sempre identico il copione: gli inquirenti arrivano, spesso convinti di ispezionare un laboratorio tessile e si trovano davanti le distese allineate di piante di canapa. Una «contemporaneità» di eventi che fa pensare all’esistenza di un trama ramificata, dalle dimensioni criminali preoccupanti. E che ha già portato gli inquirenti nella «capitale» dell’immigrazione cinese in Italia, vale a dire a Prato.

La droga Ogm

Anche a Prato, l’anno scorso erano stati compiuti sequestri di attività orientali convertite alla marijuana. La procura di Padova, che ha operato assieme a quella di Prato ha individuato proprio in un cinese residente in Toscana, di 41 ani, il punto di riferimento del traffico: la produzione sarebbe stata «delocalizzata» a bella posta in Veneto e in Emilia proprio per sfuggire ai controlli sempre più stringenti delle forze dell’ordine sulle aziende tessili in mano ai cinesi. Di più: le piante sequestrate in questi giorni appartengono a una specie geneticamente modificata per aumentare il tasso del principio attivo. Lo stupefacente ottenuto è chiamato «skunk» ed è molto richiesto sul mercato. Secondo i carabinieri le cinque serre scoperte in Veneto erano in grado di «sfornare» 100 chili di droga al mese.

Corriere della Sera.it,17 marzo 2017

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