Siamo entrati nella Corea del Nord, enigma d’Oriente

La folle corsa ai missili atomici che ha distrutto i rapporti con tutti, anche con la Cina e la Russia. Un boom economico apparentemente inspiegabile. Viaggio nel Paese più segreto del mondo, dove i cittadini sono divisi tra affidabili, non del tutto affidabili e problematici. Dove piegare un giornale con la foto di uno dei tre padri della patria è reato. E la storia inizia con la nascita di Kim-il Sung .

Tutto farebbe pensare a un boom. Ma se si considera che la Corea del Nord vive ormai da anni in uno stato di carestia endemica, e perciò è alimentata dagli aiuti umanitari stranieri per il 20 per cento del fabbisogno interno, il miracolo economico diventa un mistero orientale. Da dove arrivano i soldi per le grandi opere? Nel Paese dei segreti, la risposta potrebbe essere cercata anche in quelli che sono i posti più segreti di tutti: siti nucleari tipo quello di Punggye-ri, dove lo scorso 6 gennaio il test di una bomba all’idrogeno ha riacceso in tutto il mondo brividi da guerra fredda. Timori che, solo un mese dopo, venivano prolungati dal lancio di un missile balistico.

Ma in che modo i due boom, quello economico e quello delle bombe, potrebbero essere collegati? Il professor Rainer Dormels, specialista di Corea del Nord all’Università di Vienna, spiega al Venerdì: «L’investimento sul nucleare fa sì che ingenti somme di denaro vengano risparmiate sulla difesa tradizionale. Ci si concentra sui pochi centri scientifico-militari e si spende meno in carri armati o fucili. I soldi ricavati dai tagli finiscono in infrastrutture».

D’altronde, continua Dormels, «il leader Kim Jong-un vuole mantenersi saldo al potere anche cercando una certa indipendenza dalla Cina». Ex Paese tutelare. I rapporti diplomatici con Pechino sono ai minimi storici. Dopo il lancio dell’ultimo missile, la Repubblica Popolare ha sostenuto la proposta di nuove sanzioni Onu contro Pyongyang promossa da Stati Uniti e Russia. Un fatto senza precedenti nelle relazioni bilaterali.

Per Pechino la Nord Corea è un vicino sempre più indifendibile. Stando ai sondaggi governativi, un 60 per cento di cinesi è favorevole a politiche più rigide nei confronti di Pyongyang. Sul versante economico, il mercato sudcoreano è ormai preferito a quello del Nord, che ha visto collassare l’expo verso la Cina del 50 per cento. Ma anche i rapporti con l’altro storico protettore, la Russia, sembrano ormai nervosi. Per esportare milioni di metri cubi di gas in Corea del Sud, Mosca sogna di costruire una pipeline che attraversi la Corea del Nord, ma per ragioni misteriose il progetto è stato congelato dalle autorità di Pyongyang. E pensare che, in cambio, il Cremlino aveva offerto, oltre alla cancellazione del debito, una nuova linea ferroviaria Pyongyang-Dandong, Cina, più 500 milioni di dollari l‘anno, per l‘utilizzo della pipeline.

Quanto ai rapporti tra le due Coree, viaggiano ormai al ritmo di una tensione permanente, costantemente riattizzata da incidenti militari, anche gravi, scaramucce frontaliere, cyberattacchi, provocazioni e minacce lanciate da Pyongyang.

Insomma, nel 2016, la Corea del Nord incarna il paradosso di un Paese che sembra in pieno boom ma non è mai stato così isolato. Certo, nel 2009 il grande capo Kim Jong-il avviò timide riforme per aprire al mercato privato permettendo ai contadini di vendere parte del raccolto fuori dal controllo statale. Vagiti di capitalismo che hanno favorito nuovi scambi e creato un embrione di classe media. Anche se il termine è improprio, perché in Corea del Nord il concetto di classe non esiste. E – secondo la singolarissima sociologia di regime, l’unica su piazza – la popolazione non è valutata in base al censo, ma al grado di fedeltà o pericolosità rispetto al Sistema. Per il governo la società è suddivisa in tre categorie: la fascia centrale, circa il 28 per cento dei nordcoreani, viene considerata affidabile; la base (45 per cento) non del tutto affidabile; mentre la massa problematica (27 per cento) è scomposta in 21 sottogruppi: cristiani, intellettuali, ex proprietari terrieri, democratici, artisti…

In Corea del Nord c’è un unico canale televisivo. È monotematico e il tema è il Leader che visita fabbriche o reparti militari. Le uniche immagini dell’Occidente mostrano file di indigenti davanti alla Caritas, homeless o alcolizzati stesi a terra.

I giornali nazionali sono 14. Ma nello sfogliarli bisogna fare maledettamente attenzione. Se vi beccano a piegare un quotidiano su cui è stampata una foto dei padri della patria (una Trinità formata da Kim-il Sung, suo figlio Kim Jong-il, e l’attuale Kim Jong-un) rischiate grosso. Avete da temere anche se vi trovano in casa un’immagine dei dittatori con sopra un sospetto di polvere. Il possesso di film sudcoreani è passibile di arresto o peggio. I campi di concentramento sono una decina. Nelle scuole la delazione è materia di insegnamento come la matematica o la storia. Denunciare è un dovere civico. Internet è bandita ovunque salvo che nell’università privata a sud di Pyongyang dove 300 studenti possono navigare senza incorrere in alcun castigo.

A inizio Novecento, con le sue oltre cento chiese cristiane, Pyongyang si meritò l’appellativo di Gerusalemme d’Oriente. Ma dopo la guerra di Corea del 1950-53 vennero rase al suolo quasi tutte. Oggi – a parte il nuovo tempio ortodosso fatto costruire nel 2006 per compiacere Putin – ne restano in piedi solo tre, circondate da alti muri e presidiate da guardie: due templi anglicani e una basilica cattolica. O quasi. La chiesa dell’Immacolata non è riconosciuta dal Vaticano. Motivo? Le ingerenze del regime nella liturgia: sull’altare i celebranti sono obbligati a leggere preghiere inneggianti a Kim il Sung.

Poco importa che il Timoniere della Corea del Nord moderna sia morto nel 1994. Ufficialmente, il presidente è ancora lui. E i calendari sono regolati sulla sua data di nascita, 1912. Per i nordocoreani il 2016 è quindi l’anno 104 dall’avvento in terra del Grande Leader. Ma il padre di tutti i Kim resta anche un modello estetico: pare che pur di assomigliare il più possibile al nonno quando aveva trent’anni, il dittatore odierno Kim Jong-un si sia sottoposto a sei operazioni facciali. Se ci sia riuscito o meno, giudicatelo voi dalle foto.

Ai culti religiosi si è sostituito il culto della personalità sorretto dal Juche, l’ideologia di Stato che è un frullato di marxismo, confucianesimo e cristianesimo. Il principale luogo devozionale è il piazzale dei 50 mila metri quadrati sulla centrale collina Mansudae. Lungo i lati, sculture in bronzo su basamenti di marmo celebrano momenti della Guerra di Corea. Al centro due sculture bronzee alte 20 metri ricordano i due Kim defunti (Il Sung e Jong Il) offrendoli alla pubblica adorazione. A ogni festa nazionale il popolo è chiamato a deporre fiori, inchinandosi in abito da festa, con accompagnamento di musica funebre. Sul piazzale è vietato fumare, portare occhiali da sole e sbagliare foto: dopo l’uso, le macchinette vengono minuziosamente controllate e le immagini non gradite eliminate. In tenuta civile, forze speciali sorvegliano i pellegrinaggi munite di metal detector.

Quando nel 2011 Kim Jong un si è insediato al potere, molti hanno creduto di vedere in lui l’annunciatore di un’epoca nuova. In tv, il leader e la sua sposa Ri Sol-ju non apparivano più circondati da militari, ma da civili. Durante le celebrazioni il Leader permise addirittura che venisse suonata la colonna sonora di Rocky 1 e che sfilassero persone vestite da Topolino e Minnie. Ma quel vento di primavera era, almeno in parte, ingannevole. E all’enigmatico boom economico nordcoreano non è seguita una liberalizzazione politica.

Nei palazzi del potere continuano le epurazioni. Nel 2013, con l’accusa di tentato golpe, è stato giustiziato Chang Sung-taek, riformatore, filo-cinese, seconda autorità dello Stato ed ex braccio destro di Kim Jong-il. Lo scorso febbraio è invece finito davanti al plotone di esecuzione il capo delle forze armate Ri Yong-gil, ritenuto colpevole di corruzione. La censura sui media occidentali resta ferrea. E il turismo – che pure si vorrebbe incentivare – rimane strettamente sorvegliato.

Nella Corea del Nord – fatta eccezione per la classica – la musica occidentale è proibita. Ma lo scorso agosto ha potuto esibirsi a Pyongyang la band slovena Laibach. Non esattamente un gruppo leggendario, però è stato il primo concerto rock della storia nordcoreana. Intorno al teatro il clima era tesissimo. La strada a cinque corsie che porta all’edificio era chiusa da un posto di blocco e il pubblico veniva controllato ai cancelli da soldati armati. Due terzi dei duemila posti erano occupati da coreani appartenenti all‘élite e un terzo da diplomatici e turisti stranieri. L‘ultima canzone suonata dai Laibach, tra le ovazioni, è stata Across the Universe dei Beatles. Suonata mentre i militari erano in allerta per nuovi scontri alla frontiera col Sud, ha dato un significato politico al concerto. In piccolo, qualcosa di simile all’esibizione di Bruce Springsteen a Berlino Est, anno 1988.

Il Venerdi di Repubblica,18/03/2016

Articoli correlati:

Condividi:

Stampa questo articolo Stampa questo articolo
Condizioni di utilizzo - Terms of use
Potete liberamente stampare e far circolare tutti gli articoli pubblicati su LAOGAI RESEARCH FOUNDATION, ma per favore citate la fonte.
Feel free to copy and share all article on LAOGAI RESEARCH FOUNDATION, but please quote the source.
Licenza Creative Commons
Quest'opera è distribuita con Licenza Creative Commons Attribuzione - Non commerciale 3.0 Internazionale.