Economia Cinese assomiglia ad uno schema a piramide

Ma Guangyuan, Epoch Times | 17/03/2016
Ma Guangyuan è un rinomato economista indipendente cinese: è vice direttore dell’Associazione per la Costruzione democratica della Cina, commentatore finanziario per l’emittente CCTV ed editorialista dell’edizione cinese del Financial Times, del Southern Weekly, dell’Economic Observer e di altri media cinesi.
Questo articolo è stato adattato in forma ridotta da un suo recente post su WeChat, popolare social network cinese.

I profitti bassissimi su base annua diffusi da numerose società quotate cinesi, sono motivo di seri dubbi nei confronti dello sviluppo economico della Cina.

Secondo un rapporto del 2014 su 2.818 società quotate, infatti, l’utile netto del 17,5 per cento di queste (corrispondente a 494 società) è inferiore a 15 milioni di yuan, 2,31 milioni di dollari. Meno del prezzo di un bell’appartamento a Pechino, Shanghai, Guangzhou o Shenzen.

Non solo: il 37,8 per cento (pari a 1.065 società) registra un utile netto inferiore a 55 milioni di yuan, pari a 8,47 milioni di dollari; soldi che non basterebbero nemmeno per un appartamento di lusso a Shenzen.

Questi numeri danno la misura dello stato spaventoso in cui versa l’economia cinese.

A mio modo di vedere, le cause principali dei bassi guadagni registrati da così tante società cinesi sono quattro.

LA PRIMA

Le più profittevoli 500 società (elencate nella classifica Fortune 500) godono tutte dello status di monopolio di Stato. Istituzioni finanziarie, società di telecomunicazioni, società petrolifere, tutte devono i loro profitti alla condizione di privilegio garantita dal monopolio.

LA SECONDA

Quasi tutte le società cinesi hanno subito negli ultimi anni un processo di finanziarizzazione: appena c’è della cassa disponibile, il denaro viene immediatamente investito nei settori finanziario, bancario o assicurativo; questo a causa di carenza di altre opportunità di investimento.

È per questa ragione che, leggendo l’elenco delle società quotate del 2014 – si tratta di quasi tremila società – si vede che metà dei profitti totali proviene da sedici banche; questo significa che le tremila società lavorano per le banche, per il fisco oppure nel settore dell’immobiliare.

LA TERZA

Almeno la metà delle società quotate sono connesse al settore immobiliare: o sono attive nell’immobiliare, o guadagnano da investimenti immobiliari.

Inoltre, gran parte dei profitti delle grandi aziende produttrici di capi di vestiario (come il Gruppo Youngor e Shanshan) derivano da investimenti immobiliari, non dal business degli indumenti. E anche la maggioranza delle aziende produttrici di elettrodomestici fa speculazione nell’immobiliare: è in questo modo che sono riuscite a prosperare negli ultimi anni.

LA QUARTA

Ultimamente nella comunità degli investitori gira una battuta, secondo cui esistono due tipi di società: quelle profittevoli e quelle di valore.

Quelle di valore possono anche registrare grosse perdite finanziarie. Le finanziarie che lavorano nel venture capital o nei private equity fund [le prime investono in Pmi ad alto potenziale di crescita e in fase di start-up, le seconde investono in Pmi avviate ma in crisi (presumibilmente temporanea), ndt] preferiscono le società profittevoli o quelle di valore?

Preferiscono quelle di valore, perché lasciano spazio a buone aspettative sul futuro e sono quindi potenzialmente remunerative.

In questi quattro punti c’è la sintesi della realtà dell’economia cinese. Durante l’ultimo ciclo di boom, le società cinesi per guadagnare hanno contato esclusivamente su questi quattro fattori: il monopolio garantito dallo Stato, la finanza, la speculazione immobiliare e i mercati di capitali.

Quando il benessere di una nazione proviene dalla finanza e dall’immobiliare invece che dall’industria e dalla tecnologia, l’economia di quel Paese inevitabilmente si ‘svuoterà’.

Le società monopoliste non sono motivate a migliorare sul piano tecnologico per aumentare gli utili. L’altro aspetto di una simile situazione, sono un’industria che realizza bassi profitti e una situazione economica generale relativamente ‘povera’, che rendono l’investimento nella finanza e nell’immobiliare la scelta più logica per tante aziende.

ECONOMIA VIRTUALE E SCHEMA PIRAMIDALE

Se la natura e la fonte del benessere sono principalmente basate sul monopolio, l’immobiliare e un’economia virtuale, si ha un modello economico privo di fondamenta. Con il passare del tempo e la riduzione ai minimi termini dell’industria, l’economia diventa vuota, degenerando in uno schema piramidale dove si persegue unicamente la distribuzione del benessere, piuttosto che la creazione del benessere.

Il fatto che i profitti di quasi il 40 per cento delle società quotate siano meno del costo di un appartamento, indica quanto sia difficile per la Cina produrre benessere: la Cina è stata del tutto sequestrata dal settore immobiliare.

In particolare, l’adorazione dei governi (a ogni livello) per l’immobiliare, ha trasformato l’economia cinese in un sistema di distribuzione di benessere che ruota intorno al settore immobiliare.

Secondo l’economista statunitense Edmund Phelps, l’eccessivo investimento nell’immobiliare frena l’innovazione, perché l’immobiliare assorbe capitali che avrebbero potuto essere investiti in incrementi di produttività, innovazione, tecnologia medica, software o energie alternative. Sono questi, sostiene Phelps, i settori che guidano la crescita.

Parlando degli Stati Uniti, l’economista osserva che per rivitalizzare l’economia e tornare a crescere, gli americani devono superare il loro amore per le case. Anche negli Usa, infatti, l’immobiliare è stato uno strumento di distribuzione del benessere che ha danneggiato il settore manifatturiero.

TORNARE ALL’INDUSTRIA

Tutte le superpotenze della Storia hanno avuto alla base un settore manifatturiero solido. Ma dopo che la Cina è diventata il maggior produttore manifatturiero al mondo nel 2010, tutti hanno iniziato a tendere a sottovalutare questo settore.

I seminari di alto livello erano occupati dai giganti di internet, con solo pochi invitati dal manifatturiero. I dibattiti sull’imprenditoria non dicevano nulla sull’industria. Tutti hanno evitato l’industria. Era tutto un parlare di internet, che poi è sparito all’improvviso come una nuvola.

La crescita futura della Cina non può essere costruita sul ‘diventare ricchi subito’, e nemmeno su un boom senza fine dell’immobiliare. Se i capitali non vanno al manifatturiero, le fondamenta dell’economia si indeboliranno ancora di più.

Nell’ultimo decennio la Cina ha potuto affidarsi all’immobiliare e alla produzione di beni di scarso valore e basso prezzo, ignorando i gravi squilibri nella distribuzione del reddito e un’assistenza sociale minima per i lavoratori emigrati. E quando la crescita economica tornerà normale, le carenze del sistema di assistenza sociale potrebbero portare a seri problemi.

Fonte,Epoch Times, http://epochtimes.it/n2/news/leconomia-cinese-come-uno-schema-piramidale-3437.html

Articolo in inglese: Why China’s Economy Resembles a Pyramid Scheme

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