Dongguan:Più crisi, meno giocattoli

I piazzali della fabbrica un tempo brulicavano di Tir diretti al porto di Shenzhen. Ora sono deserti, qualche scatolone di giocattoli giace abbandonato, non attira neanche i ladri. Gruppetti di giovani disoccupati si affacciano davanti alla bacheca con le offerte di lavoro, una vecchia lavagna su cui penzola solo qualche vecchio foglietto sbrindellato, reliquia di tempi migliori. Hanno le tende chiuse molte bettole da marciapiede, quei botteghini della ristorazione ambulante che prosperavano sulla pausa-pranzo delle catene di montaggio. Si vedono operai sfaccendati, seduti per terra che giocano al mah-jong. È una calma apparente, un torpore gravido di tensione, dopo la guerriglia urbana scoppiata per gli ultimi settemila licenziamenti. Sono immagini da Grande Depressione. È la vigilia del Natale nella capitale mondiale del giocattolo.

Ero stato a Dongguan per un´altra specialità locale: i pittori di falsi, i manovali del pennello che sfornano a migliaia le Gioconde e i Girasoli di Van Gogh, quintali di copie per l´immenso mercato mondiale delle riproduzioni. Ma è il giocattolo il vero business per cui è celebre Dongguan, ex-paesone cresciuto a dismisura nella regione meridionale del Guangdong, a metà strada fra Canton e Shenzhen. Qui a Dongguan nasce il 60% di tutta la produzione “made in China”. Qui le avvisaglie di un Natale povero in America e in Europa – gli ordini cancellati all´improvviso, le navi portacontainer bloccate sui moli di Shenzhen – si sono abbattute come un uragano. Sembrano lontani i tempi in cui l´opinione pubblica occidentale poteva indignarsi per le rivelazioni sulle fabbriche-lager, lo sfruttamento dei minori, i palloni olimpici o le figurine Disney fabbricate da mani bambine: ora il dramma è il lavoro che se ne va. Da boom-town a città fantasma, in pochi mesi si è sfigurata la fisionomia dei quartieri dormitorio, nel distretto del giocattolo attorno alle Toy-Factories.

Non tutti si rassegnano passivamente a subìre un rovescio così brutale. Ci sono voluti mille poliziotti dei reparti antisommossa per schiacciare la rivolta, dieci giorni fa. La fabbrica Kaida, controllata da un grosso produttore di giochi di Hong Kong, aveva cacciato all´improvviso seicento operai sugli ottomila che impiega a Dongguan. Derubati perfino dell´ultimo salario che gli spettava, non avevano nulla da perdere. Hanno dato l´assalto agli uffici dell´azienda, hanno distrutto mobili e computer. All´arrivo dei primi poliziotti la folla dei disperati si è rivolta contro di loro: hanno incendiato le auto della polizia, hanno combattuto per due giorni, si sono arresi solo quando un esponente del governo locale ha convinto l´imprenditore di Hong Kong a versare gli arretrati.

Il botto più grosso lo ha fatto la Smart Union. È fallita lasciando per la strada settemila operai. «Lì il padrone è scomparso, è irreperibile da un mese – dice il vicesindaco Xu Hongfei – e questi casi diventano sempre più frequenti. È successo anche a Shenzhen, alla Chuangyi Toys, dove il padrone è introvabile dal 14 ottobre. Chissà dove scappano. Dietro di loro lasciano solo debiti». A Shenzhen l´assessorato al Lavoro ha pubblicato una lista nera di trenta aziende che devono più di 12 milioni di yuan di salari ai loro operai, intimando agli imprenditori di presentarsi entro la fine del mese.

«Metà delle fabbriche di giocattoli qui spariranno entro due anni», è il verdetto tremendo che viene pubblicato sul sito ufficiale del governo locale. I leader comunisti sentono che stavolta la minaccia è troppo grave, non bastano i reparti speciali antisommossa per tenere l´ordine. Nel caso della Smart Union giurano di avere speso già 24 milioni di yuan (2,8 milioni di euro) per aiutare i disoccupati con sussidi pubblici. L´allarme arriva a Pechino, il tracollo della capitale mondiale del giocattolo diventa un caso nazionale. Si percepisce nei leader una paura nuova. Non scatta più il riflesso tradizionale che è sempre stato quello di censurare le cattive notizie, minimizzare i problemi. Ai mass media di Stato viene concessa una libertà inconsueta: della crisi economica si può parlare. Bisogna preparare la popolazione al peggio. Il Quotidiano della Gioventù pubblica le foto dell´operaia-caposquadra He Chunxia: nel loculo squallido che affitta vicino alla fabbrica lei e il figlio dormono su un materasso per terra. È una vittima del crac di Smart Union. «Fino alla sera prima – racconta He – la fabbrica sembrava andare a pieno ritmo. Ho finito il turno alle due di notte e sono andata al dormitorio. Quando mi sono svegliata il mio lavoro non esisteva più». He Chunxia si fa i conti in tasca: per vivere ha bisogno di 40 yuan alla settimana (4,5 euro), tra vitto e alloggio per sé e il bambino. Ma non c´è più una fabbrica di giocattoli disposta ad assumerla. Anche quattro euro e mezzo a settimana sono un traguardo irraggiungibile. È rimasta a Dongguan in attesa che il governo locale liquidi la bancarotta e le versi una parte del salario arretrato. Poi farà quello che stanno facendo la maggior parte dei licenziati come lei: tornerà a casa, nella campagna povera dello Hunan da cui è venuta. Raggiungerà l´esercito dei migranti di ritorno, il contro-esodo scatenato da questa crisi. Queste zone sono cresciute a una velocità spaventosa, attirando una massa umana senza radici. Shenzhen, la città-laboratorio da cui partì trent´anni fa l´esperimento del capitalismo cinese, era un villaggio di pescatori e oggi ha nove milioni di abitanti. Solo il 25% ha il permesso di residenza. Tutti gli altri sono “cinesi clandestini in Cina”, immigrati del boom che qui non hanno diritti, i primi ad essere cacciati. Il miracolo economico del Guangdong è stato il frutto delle loro braccia. Sono loro che hanno fatto di questa regione il cuore industriale della Repubblica Popolare, la fabbrica del pianeta, il centro mondiale di settori votati all´esportazione come l´abbigliamento e il giocattolo. Ora il Guangdong è spompato. La produzione industriale cinese a novembre è scesa al minimo storico degli ultimi 13 anni. Il sindaco di Shenzhen, Xu Zongheng, ha contato di persona 682 fabbriche fallite e 50.000 licenziamenti secchi, ma sa benissimo che sono molti di più. Bisogna moltiplicare per dieci o per venti quelle cifre. Bisogna aggiungere tutto il nero, l´economia sommersa, i tycoon mordi-e-fuggi venuti da Hong Kong che oltrepassano quella frontiera e si volatilizzano nel nulla. «Quella che ci sta arrivando addosso – dice il sindaco Xu – è molto peggio della crisi asiatica del 1997». Undici anni fa la Repubblica Popolare era ancora una bambina rispetto al colosso che è diventata. La sua economia era meno integrata coi mercati occidentali, quella crisi la sfiorò ma non fece troppo male. Adesso le cifre vere sono quelle che conosce la parente povera del Guangdong, la provincia vicina dello Hunan, il serbatoio di braccia a buon mercato. L´Ufficio del Lavoro dello Hunan parla di “due milioni e ottocentomila disoccupati che si apprestano a tornare qui entro il 2009”. In attesa del New Deal cinese, nessuno sa cosa fargli fare: sono fuggiti dallo Hunan perché quella terra era troppo povera per mantenerli. La fabbrica di giocattoli, anche la più tetra – gli orari massacranti, la disciplina feroce, la sporcizia dei dormitori – li aveva sottratti a una miseria più arcaica. Questo Natale di sventura venuto da Occidente ricaccia indietro He Chunxia e tante operaie come lei, verso quei villaggi dove avevano giurato di non tornare mai più.

La Repubblica 10 dicembre, 2008  IL REPORTAGE

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