Diritti Umani: Manifestazioni ricordo per la rivolta tibetana

Tokyo, Giappone – Da Canberra a Londra, dall’India a Washington, da Tokyo a Kathmandu, in tutto il mondo i tibetani in esilio e attivisti per i diritti umani ricordano i 50 anni dalla rivolta contro l’occupazione cinese, soffocata nel sangue.

In Nepal stamattina presto centinaia di tibetani hanno pregato al monastero Samten Ling a Boudha, a est di Kathmandu. Dopo la preghiera ci sono stati slogan per l’indipendenza del Tibet. La polizia è intervenuta, nonostante una situazione pacifica: vi sono stati scontri e parecchi arresti. La notizia è riportata dall’agenzia cinese Xinhua, che invece non parla di altre manifestazioni nel mondo.

In Giappone i monaci buddisti ieri notte hanno vegliato a lume di candela e stamattina si sono riuniti in preghiera a Hiroshima. Preghiere anche a Tokyo, Osaka, Sapporo e in altre città. A Tokyo centinaia di attivisti pro-Tibet hanno marciato il 7 marzo.

A Canberra circa 300 manifestanti hanno marciato sino al Parlamento, con bandiere e striscioni per l’indipendenza del Tibet. Di fronte all’ambasciata cinese ci sono stati scontri con la polizia con 4 arresti; un uomo ha lanciato le sue scarpe contro l’edificio.

A Dharamsala (India), sede del governo tibetano in esilio, ci sono state veglie e marce di commemorazione.

A Londra il 7 marzo oltre 1.000 manifestanti hanno marciato fino al parlamento, con bandiere e inni come “Fermiamo la tortura in Tibet” e “La Cina ha rubato la mia terra, la mia voce, la mia libertà”. Con loro c’era il monaco Palden Gyatso (nella foto), imprigionato per 33 anni.

Anche a Washington ieri centinaia di tibetani e di loro sostenitori sono sfilati davanti alla Casa Bianca, cantando slogan anticinesi. Tra loro Ngawang Sandrol, monaca buddista arrestata nel 1992 a 13 anni per avere gridato “Lunga vita al Dalai Lama”, sottoposta ad elettrochoc, liberata nel 2002 grazie alla pressione internazionale.

Urgen Tenzin, direttore del Centro tibetano per i diritti umani e la democrazia, dice ad AsiaNews che “il Tibet è una zona di guerra. C’è un numero mostruoso di agenti di sicurezza che restringe i movimenti dei tibetani e, soprattutto, controlla i monasteri e impedisce a monaci e monache di lasciarli. Lhasa sembra un campo militare. Ora è stato arrestato Kunchok Tsepehl, che cura un sito web in tibetano, a Gannan nel Gansu. Siamo molto preoccupati perché la repressione cinese ha raggiunto nuove bassezze: arresti irregolari, violazioni della libertà di espressione e torture sono sistematiche e inumane”.

fonte: AsiaNews, 11 marzo 2009

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