Democratici cinesi ai tibetani: lavoriamo insieme per la Cina e il Tibet

Dharamshala, India – Cresce in Cina la solidarietà dei democratici verso i tibetani. Intanto continuano arresti e violenze contro i monaci.

Il gruppo Free Tibet denuncia l’arresto dei monaci Jamyang Phuntsok il 3 marzo e di Mewa Gyatso e un altro il 5 marzo, tutti del monastero di Kirti nella contea Ngawa (in cinese Aba, nel Sichuan). Sono accusati di avere distribuito volantini con l’annuncio che il 10 marzo 4 tibetani volevano darsi fuoco per protesta. Le autorità hanno anche detto che chiuderanno il monastero, alla minima dimostrazione. Nella zona ci sono 60mila soldati e dall’8 marzo è indetto il coprifuoco alle 7 di sera: chiusi negozi e ristoranti, pare sia proibita persino la circolazione dei veicoli.

Circa 100 monaci di Lutsang nella contea Mangra (in cinese Guinan, in Hainan) il 25 febbraio hanno fatto una pacifica marcia di protesta a lume di candela al villaggio di Tabey. La polizia ha convocato 190 monaci separatamente, li ha interrogati e percossi. L’8 marzo la polizia ha ordinato a 109 monaci di lasciare il monastero portando le proprie cose, per un corso di “rieducazione patriottica”, non si da dove.

Di fronte alle critiche della comunità internazionale, Pechino si difende ripetendo che ha liberato il Tibet dalla schiavitù e dalla povertà. Ricorda i grandi investimenti effettuati nella regione: 154,1 miliardi di yuan (15,4 miliardi di euro) dal 2001 al 2008, con il Prodotto interno lordo cresciuto a una media annuale di circa il 12%, più della media nazionale. Nella sua campagna contro il separatismo tibetano, Pechino fa anche appello al nazionalismo per trovare il sostegno dei cinesi. E cita spesso le interferenze di “nemici stranieri”. Il 10 marzo scorso, rispondendo alle critiche avanzate dal Congresso Usa, Ma Zhaoxu, portavoce del ministro degli Esteri, ha detto che “il Tibet è una questione del tutto interna alla Cina. Il governo e il popolo cinese si oppongono, come sempre, alle interferenze… negli affari interni cinesi con il pretesto del Tibet”.

Ma qua e là cominciano a farsi strada anche fra i cinesi un atteggiamento diverso da quello della leadership. Il 10 marzo una delegazione di democratici cinesi è andata a Dharamshala per celebrare l’anniversario insieme ai tibetani in esilio.

Tra loro Thomas Yan, presidente del China Forum for Human Rigths di Hong Kong, ha detto che “ho passato 5 anni in prigione per avere partecipato alle proteste di piazza Tiananmen, per cui so cosa hanno sofferto i nostri fratelli e sorelle tibetani. Il Partito comunista cinese è un governo malvagio. E’ nemico del popolo cinese. Dobbiamo lavorare insieme, per una Cina democratica e un Tibet libero”.

Con riguardo ai grandi investimenti destinati da Pechino in Tibet, esperti fanno notare che per i tibetani questioni come la libertà religiosa e di parola e la loro identità culturale sono più importanti di un miglior tenore di vita. Invece le autorità cinesi hanno persino proibito ai funzionari pubblici e agli studenti di partecipare alle pratiche religiose, sin dalla metà degli anni ’90.

I beneficiari dei grandi investimenti sono soprattutto i gruppi di cinesi Han e Hui, di cui Pechino ha favorito l’immigrazione nella zona e la scalata ai posti di potere e nei commerci. Ciò crea ulteriori frustrazioni tra i tibetani, emarginati nel loro stesso Paese. Da questa base si comprende perchè nelle proteste del marzo 2008 sono stati presi d’assalto anche negozi retti da cinesi Han.

La Cina insiste che in Tibet c’è grande libertà di religione e che grandi risorse sono destinate pure a mantenere gli antichi monasteri e a restaurare vecchi testi buddisti. Ma i tibetani rispondono che c’è rispetto solo per le pietre, non per la loro religione.

fonte: AsiaNews, 12 marzo 2009

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