Dalla rivolta di Zafferano alla cella, così la Birmania dimentica il monaco eroe

Di U Gambira non ho molte altre notizie se non quelle che riportano i media. So che si trova in cella a Mandalay per essere entrato “illegalmente” in Birmania (il suo Paese peraltro) e che è assistito da un buon amico e dalla moglie Marie, la quale sperava di portarlo con sé in Australia. Una nuova vita, dopo gli anni da monaco, da leader della Rivolta di Zafferano che segno’ l’ultima fase della giunta militare al potere dal 1962, e infine da difensore dei diritti umani senza tonaca.

Liberato a gennaio del 2012 con altre centinaia di prigionieri d’opinione nel giorno del gran gesto della giunta, che voleva dimostrare all’Occidente la sua conversione al processo democratico, Gambira – al secolo Nyi Nyi Lwin – venne riarrestato nel nord del Paese nella casa della sua famiglia un mese dopo e tenuto una notte in cella. A marzo di nuovo venne ripreso e messo in carcere per essersi recato nella regioni in guerra dello Stato Kachin. Anche stavolta appena due notti in gattabuia – “per tenermi sempre fresca la memoria degli anni passati dentro”, ha ironizzato una volta – prima di togliersi la tonaca, sposarsi e tornare a occuparsi di diritti umani con il suo vero nome da ragazzo, Nyi Nyi. Dopo le sue disavventure giudiziarie in conseguenza alle proteste contro i soprusi della giunta, ormai cancellati dal “processo di riconciliazione” affidato ad Aung San Suu Kyi, la stella dell’ex monaco è tornata a brillare quando il presidente Obama lo ha voluto far sedere in prima fila davanti a lui durante il primo discorso di un presidente Usa a Rangoon. Ma poche settimane dopo, ancora un arresto, forse per prevenire la sua partecipazione alla protesta contro una miniera cinese.

Non c’è dubbio che il sistema attualmente in fase di transizione dal monopolio dei generali alla nuova era della Lega della democrazia di Aung San Suu Kyi, così come quello precedente alle aperture, teme figure come Nyi Nyi – Gambira. Figure che nonostante il loro desiderio di eclissarsi riemergono anche a distanza come icone eterne di lotta e coraggio civile, protagonisti naturali a dispetto di tutto. E’ una categoria che ha oggi tra i più illustri viventi la Nobel Suu Kyi prossimo presidente del Myanmar, anche se lo sarà dietro le quinte per veti costituzionali contro la sua famiglia “mista”.

Gambira era stato un monaco come tanti, con la ciotola della questua mentre recita un sutra al benefattore che si inginocchia per donargli il cibo da portare in monastero, con il rosario delle preghiere e le sedute di meditazioni mattutine e serali. Ma la pratica spirituale di U Gambira non era pero’ solo riflessiva, bensì anche attiva, una sorta di meditazione in azione, durante la quale poteva prendere parte alle cose del mondo nella migliore tradizione Mahayana, o Grande Veicolo, i maestri dello Scambiare il sé con l’altro”.

La particolarità di Nyi Nyi è che nasce come monaco Theravada, la Via cosiddetta “Della Rinuncia”, e – come dice il nome – dell’astenersi dal voler mutare il mondo, un Veicolo minore, più lento ma a lungo andare altrettanto efficace sulla via della liberazione spirituale, perché estingue goccia per goccia il dolore del samsara. Il Buddha lo paragono’ a un oceano da attraversare con una imbarcazione appropriata alla propria capacità.

La differenza tra le diverse scuole del buddhismo sta nel comportamento che ciascuno adotta a bordo del natante che porta al di là del ciclo di un’esistenza che ci vede nascere, crescere, ammalarci e morire a ritmo continuo, uomini, animali, piante. Il problema è che, oltre a chi collabora, c’è anche chi rema contro, e U Gambira non ha difficoltà a definire “non buddhista” ogni metodo di sopraffazione che tocca la dignità degli altri esseri di altre razze e religioni.
Da ex monaco mi ha spesso detto di sentire ancora forte la vocazione della solitudine e del ritiro, ma nella sua sete di giustizia, aumentata con gli anni e la conoscenza delle angherie dei generali e i loro fedeli, è giunto a immedesimarsi perfino nel nemico comune di birmani e arakanesi, i musulmani Rohingya, gente senza patria né un posto dove vivere perché li rifiuta sia l’islamico Bangladesh che il buddhista Myanmar.

Nelle serate passate insieme nel nord della Thailandia, dov’era venuto a studiare e prepararsi alla nuova vita da laico con pochi amici fidati e una chitarra sempre pronta a suonare, ci ha detto che l’islamofobia è la peggiore delle malattie per l’Unione della quale è cittadino (ma senza documenti), una Unione di tanti Stati che vorrebbe comprendere tutti i popoli e le etnie sotto uno stesso tetto politico. Il razzismo verso gli islamici prende forme solo leggermente diverse da quello di molti birmani verso altre grandi minoranze come gli Shan, i Kachin, i Karen, i Mon, i Chin. E’ un misto di senso di superiorità e di ripudio per tutto cio’ che le altre culture rappresentano.

Per quanto riguarda l’immagine più crudele offerta dei Rohingya dai media, svetta la battuta di un ex ministro thai che li ha definiti “brutti come orchi”. L’oltraggio pubblico sollevato non è andato al di là di qualche dichiarazione dei difensori dei diritti umani. Ma U Gambira non riusciva a spiegarsi come discepoli della religione gentile del Buddha – anche i thai ne sono fedeli – potessero odiare così tanto altri esseri umani. Poteva capire il sentimento che opprime al petto un popolo costretto a vivere sotto un regime feudale che usa armi e prigioni per tenere a bada ogni spirito critico. Ma il popolo buddhista non subiva ingiustizie tali da scatenare una rivolta e i pogrom come avvenne nel 2012 contro l’intera comunità islamica del centro nord, dopo lo stupro e uccisione di una giovane buddhista nell’Arakan.

Fu con quell’esplosione di violenza e la chiusura di Rohingya e altri musulmani nei ghetti di Sittwe, che Gambira prese la decisione di fare qualcosa per evitare che l’intero clero e la gente semplice solidarizzassero oltremisura con il movimento semi-xenofobo di un altro monaco della sua stessa scuola, U Ashin Wirathu. L’ex prigioniero politico che aveva abbandonato la tonaca, rimase impressionato dalle reazioni popolari violente agli infuocati sermoni di Wirathu su Youtoube e sul suo website contro la presenza eccessiva di musulmani in Birmania, e da allora non ha mancato occasione per parlare con i suoi ex compagni di monastero rimasti in contatto con lui, e con tutte le persone che gli chiedevano un parere, anche pubblicamente.

Wirathu è oggi ancora più celebre come promotore di un disegno di legge per impedire alle donne buddhiste di sposarsi con qualcuno di altra religione salvo approvazione del Comune di appartenenza. La sua influenza su molti ambienti di ex militari è ormai acclarata, e nonostante il fastidio di Gambira e molti altri monaci del grande monastero di Mandalay dove vive, gestisce nella sua stanzetta una attivissima centralina per i social network.

Gambira non è forse popolare come Wirathu, ma è pur sempre il più citato ex leader della Rivoluzione di Zafferano, più volte torturato in cella e ancora oggi vittima di incubi e traumi psicologici e fisici. Nemico di ogni fondamentalismo, di certo merita una maggiore attenzione da parte della stampa internazionale e dei Paesi occidentali. Lo merita oggi che, mentre lui è in cella, ci si appresta a celebrare la cerimonia d’inaugurazione del nuovo – e primo del genere – governo democratico del Myanmar, guidato dall’eroina principale della lotta contro gli oppressori.

Non sappiamo perché in questo momento di giubilo, le sacrosante battaglie passate di U Gambira per far sì che si celebrasse la ritrovata libertà si ritorcano contro di lui, privandolo di un documento valido per andare a vivere dove gli aggrada e rigettandolo tra le sbarre senza l’assistenza sanitaria di cui avrebbe bisogno.

Sappiamo pero’ che poche ore fa sono stati liberati e amnistiati più di 100 detenuti per reati di opinione. Tra coloro usciti dal carcere c’è un neozelandese colpevole di aver disegnato un Buddha con gli auricolari e l’aria “sballata” per reclamare un nuovo bar trendy di Rangoon. Ma non abbiano visto in quell’elenco Nyi Nyi, colpevole di aver violato le regole di emigrazione e immigrazione nel suo proprio Paese.

Il timore è che la influenza di politici, militari e religiosi come Wirathu possa restare forte anche dopo la fine dell’era dei generali. Sarebbe il peggior segnale per cominciare il nuovo anno destinato a cambiare la storia birmana.

Fonte: Raimondo Bultrini, Repubblica.it, 24 gen 16

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