Cristiani dell’Asia, coraggiosi testimoni della fede fino al martirio

Al Congresso dei laici cattolici in Asia quest’oggi è la giornata dedicata ai martiri e alla libertà religiosa. Le Chiese asiatiche sono quelle che nella storia hanno avuto più martiri, con periodi di persecuzione che sono durati secoli intere. Ancora oggi la persecuzione e le violazioni alla libertà religiosa segnano in profondità la vita delle comunità cristiane asiatiche. L’impegno per la libertà religiosa e la condivisione verso le comunità perseguitate è parte della missione di tutta la Chiesa e in particolare dei laici. Il tema del martirio e della libertà religiosa è stato affidato stamane al direttore di AsiaNews, p. Bernardo Cervellera, che ha svolto una relazione dal titolo “Coraggiosi testimoni della fede”. Ad esso è seguito un ricco dibattito, dove sono emerse tante esperienze di preghiera, di sostegno alle comunità perseguitate in India, Cina, Sri Lanka, Corea del Nord. La situazione della vicina Corea del Nord è molto sentita dai cattolici locali, che cercano in tutti i modi di alleviare le fatiche e premono per spiragli di libertà nel regime del Nord. Un sacerdote ha proposto che la giornata dei martiri coreani – i padri della fede di questa regione – che in Corea del sud si celebra a settembre, sia anche la giornata dei martiri della Corea del Nord, quelli di oggi. I cattolici definiscono la Corea, “la terra dei martiri”, quelli di ieri e quelli di oggi. Nel pomeriggio, tutti i partecipanti al congresso fanno visita al santuario dei martiri, costruito sul luogo dove è avvenuto il loro supplizio (Jeoldusan, la collina delle decapitazioni) e celebrano la messa in onore dei martiri coreani.
Ecco la relazione completa del direttore di AsiaNews.

Vorrei esprimere tutta la mia gratitudine per l’invito che mi è stato fatto per partecipare a questo Congresso. Il mio ringraziamento va al Pontificio consiglio per i laici, alla Conferenza episcopale coreana, a tutti voi rappresentanti laici delle Chiese dell’Asia, Chiese fra le più eroiche e le più vive in tutta la Chiesa universale.
Permettetemi di indirizzare la mia gratitudine anche a coloro che sono i padri della fede qui in Corea che, grazie all’universalità della Chiesa, posso definire anche come “miei” padri nella fede.
Abbiamo da poco celebrato i 400 anni della morte di un missionario italiano, Matteo Ricci, che portando il Vangelo in Cina, ha creato un solido ponte culturale e religioso fra Oriente e occidente. Durante le celebrazioni per Matteo Ricci, purtroppo non si è sottolineato a sufficienza che il Vangelo in Corea si è diffuso grazie a laici che hanno letto un volume di Matteo Ricci in cinese e da lì è nata l’evangelizzazione della Corea. Molto presto è sorta anche la persecuzione e il primo battezzato coreano, Pietro Yi Sung-hun, figlio di un dignitario, è stato ucciso per la fede nel 1801, insieme a molti altri suoi compagni. La nostra fede di oggi, questo stesso convegno deve la sua esistenza alla testimonianza di questi nostri padri nella fede.
Pietro Yi Sung-hun è stato battezzato nel 1784. In quegli stessi anni, il compositore Wolfgang Amadeus Mozart, in Austria, componeva i Vespri solenni del Confessore, uno dei vertici della musica sacra di Mozart e forse della storia. In quest’opera vi è tutto il ventaglio delle espressioni della confessione della fede: la drammatica promessa di vittoria del Messia di fronte ai suoi nemici (Dixit Dominus – Ps 108); la saldezza dell’uomo che teme Dio e la cui misericordia, compassione e giustizia si diffondono fra i poveri e nella società (Beatus Vir, Ps. 111); fino alla dolcezza ariosa del “Laudate Dominum” (Ps 116), che avvolge nella vittoria della Pace e della Verità tutti i popoli della terra. A questi segue il robusto Magnificat, che nel trionfo dei suoni proietta nella luce l’umile serva Maria e tutti gli umili, in un contrasto fra forti e piano, un’armonia fra acuti e bassi che uniscono il cielo e la terra. Un fatto curioso è che ancora oggi nessuno sa a quale confessore sono dedicati questi Vespri solenni. Io penso sia giusto applicarli anzitutto a Pietro Yi Sung-hun, contemporaneo – anche se sconosciuto – di Mozart e poi a tutti i martiri, noti e meno noti, quelli che Giovanni Paolo II definì “militi ignoti della grande causa di Dio”. Nell’enciclica da lui scritta in preparazione al Giubileo del 2000, la Tertio Millennio Adveniente, egli dice: “Al termine del secondo millennio, la Chiesa è diventata nuovamente Chiesa di martiri. Le persecuzioni nei riguardi dei credenti – sacerdoti, religiosi e laici – hanno operato una grande semina di martiri in varie parti del mondo. La testimonianza resa a Cristo sino allo spargimento del sangue è divenuta patrimonio comune di cattolici, ortodossi, anglicani e protestanti… Nel nostro secolo sono ritornati i martiri, spesso sconosciuti, quasi « militi ignoti » della grande causa di Dio. Per quanto è possibile non devono andare perdute nella Chiesa le loro testimonianze”.

Martirio e benedizione

Il martirio è una benedizione per le Chiese. “Il sangue dei martiri, dice Tertulliano, è seme di nuovi cristiani”. Nelle nostre comunità non apprezziamo mai a sufficienza quanto siamo debitori al martire, anche per le conversioni che il suo dono suscita. In Cina, grazie alla persecuzione e al martirio di tanti cristiani, giovani universitari, intellettuali si domandano se non è proprio il cristianesimo ciò di cui la Cina ha bisogno per fondare una società sul rispetto dell’uomo, sui diritti inalienabili dell’individuo. E nella nuova Cina del capitalismo selvaggio, molti professionisti si domandano cosa vi è di così importante nel cristianesimo da far vincere l’amore ai soldi, al benessere, alla tranquillità, spingendo gente comune a dare la vita per Cristo.
Vale la pena ricordare che “grazie” alle persecuzioni comuniste in Cina i cattolici sono più che quadruplicati negli ultimi 60 anni. Nel ’49 erano solo 3 milioni; oggi, cattolici sotterranei e ufficiali sono più di 12 milioni e vi sono decine di migliaia di nuovi battezzati (adulti) ogni anno. Il martirio è una benedizione anche per le società: che nei tanti inferni del pianeta ci siano persone che danno la vita per amore a Cristo e all’uomo, perdonando e riconciliando, ci dà la possibilità di vedere la terra non come un luogo apocalittico, destinato alla distruzione e alla violenza, ma un luogo passibile di speranza. Con molta sensibilità pastorale i vescovi giapponesi, il 24 novembre 2008 hanno beatificato 188 martiri di Nagasaki. Un mio confratello del Pime, missionario in Giappone ha commentato allora: “La gente in Giappone è alla ricerca di valori forti. Essi sono di fronte ogni giorno a problemi dolorosi come i suicidi, la delinquenza giovanile, lo sbriciolamento delle famiglie, la crisi economica… Tutte queste cose distruggono le sicurezze di una volta e questo li porta a cercare valori che siano più duraturi ed esigenti.  La gente è davvero alla ricerca di Dio. La beatificazione dei martiri può suggerire una risposta a questo desiderio di verità per la vita”.

Due tipi di martirio

Non tutti i cristiani sono chiamati al martirio. Il teologo Hans Urs von Bathasar ha detto che vi sono due tipi di martiri: vi sono quelli che danno il sangue una volta per tutte e quelli che offrono il loro sangue “goccia dopo goccia”, nella testimonianza quotidiana della loro fede e della trasformazione della loro vita. Anche questo secondo tipo di martirio è una benedizione per la Chiesa e la società. In una catechesi dell’11 agosto scorso, papa Benedetto XVI ha spiegato che il martirio è fondato sull’invito di Gesù ai suoi discepoli a “prendere ogni giorno la propria croce e seguirlo sulla via dell’amore totale a Dio Padre e all’umanità”. Il martire esprime perciò un amore totale a Dio, che “arricchisce” ed “esalta” la sua libertà: “Il martire – ha detto – è una persona sommamente libera, libera nei confronti del potere, del mondo”. Naturalmente, ha precisato Benedetto XVI, non tutti sono chiamati al martirio, “ma nessuno di noi è escluso dalla chiamata divina alla santità, a vivere in misura alta l’esistenza cristiana e questo implica prendere la croce di ogni giorno su di sé”. E ha concluso: “Tutti, soprattutto nel nostro tempo in cui sembrano prevalere egoismo e individualismo, dobbiamo assumerci come primo e fondamentale impegno quello di crescere ogni giorno in un amore più grande a Dio e ai fratelli per trasformare la nostra vita e trasformare così anche il nostro mondo”.

Libertà religiosa

Per permettere alla fede e ai cristiani di trasformare il mondo c’è però una condizione: è necessaria la libertà religiosa, un diritto umano che fa ancora fatica ad affermarsi in Asia. La libertà religiosa – anche per l’Onu – implica la libertà di praticare o non praticare una fede; la libertà di associarsi a persone della stessa fede; di viaggiare; di essere guidati da maestri della propria fede; di cambiare religione seguendo la propria personale ricerca della verità. La libertà di religione non è solo uno dei diritti affianco ad altri. Essa è in un certo modo la sintesi di tutti i diritti umani. Come hanno sempre affermato Giovanni Paolo II e Benedetto XVI, la libertà di religione è la base di tutti i diritti, la cartina di tornasole che verifica se davvero in una società vi è libertà. Soffocare la libertà religiosa vuol dire pure soffocare le libertà civili di un gruppo. Libertà religiosa infatti implica la libertà di professare ed esprimere pubblicamente le ragioni del proprio credo (libertà di coscienza); libertà di diffondere con la voce, gli scritti, i filmati e altri mezzi di comunicazione la propria fede (libertà di espressione e di stampa); libertà di incontrare membri della propria comunità in patria e all’estero (libertà di associazione). Le limitazioni alla libertà religiosa divengono di fatto limitazioni delle proprie libertà civili di espressione, di stampa, pubblicazione e diffusione; di associazione; di movimento.

L’Asia, il continente delle violazioni della libertà di religione

L’Asia, questo continente divenuto ormai protagonista nell’economia e nella politica internazionale, presenta ancora troppi squilibri e violenze sulla libertà religiosa. Nel 2008, “Aiuto alla Chiesa che soffre” ha pubblicato il “Rapporto 2008 sulla Libertà Religiosa nel mondo”. AsiaNews collabora da tempo alla stesura della sezione asiatica di tale rapporto. Da esso si vede con chiarezza che è largamente l’Asia il continente delle violazioni della libertà di religione. In una lista di 13 Paesi nei quali vi sono “gravi limitazioni alla libertà religiosa”, 10 sono asiatici: Arabia Saudita, Yemen, Iran, Turkmenistan, Pakistan, Cina, Bhutan, Myanmar, Laos e Corea del Nord. A far loro compagnia, gli africani Nigeria e Sudan, insieme a Cuba. E non basta: altri 15 Stati asiatici sono indicati tra quelli ove, comunque, si registrano “limitazioni alla libertà religiosa”. Anche qui, in tutto il resto del mondo ce ne sono solo altri nove. Le violazioni sono fra le più varie: si va dall’Arabia Saudita, che dichiarandosi “integralmente” islamica, continua a vietare ogni manifestazione pubblica di fede non musulmana (avere Bibbie, portare un crocifisso, un rosario, un ciondolo del Buddha, pregare in pubblico, avere un luogo di ritrovo); al Bhutan, dove è impedito l’ingresso a missionari non buddisti; è limitata o non permessa la realizzazione di edifici religiosi non buddisti; è perfino richiesto che tutti i cittadini indossino le vesti della etnia Ngalop, che è soprattutto buddista, negli uffici pubblici, nei monasteri, nelle scuole e durante le cerimonie ufficiali. Si va dal Myanmar, con la sanguinosa repressione dei monaci buddisti, alla Corea del Nord, ove è vietato praticare la fede e dove continua a non esserci neppure un sacerdote o un monaco, tutti con ogni probabilità uccisi nei decenni passati. Secondo testimonianze raccolte dai pochi cristiani che praticano in segreto la loro fede, subito dopo la divisione della penisola coreana, nel Nord sono stati trucidati 300mila cristiani. E ci sono l’India, resa tristemente famosa per i pogrom anticristiani dell’Orissa, e la Cina, con l’oppressione sistematica delle Chiese, dei buddisti tibetani e dei musulmani uiguri e con sacerdoti e pastori in prigione, fino al paradiso turistico delle Maldive dove la Costituzione riserva ai musulmani tutte le cariche politiche, giudiziarie e amministrative, il governo applica la sharia ed è vietata qualsiasi manifestazione pubblica di altre religioni. Attualmente, su 52 Paesi asiatici, almeno 32 limitano in qualche modo la missione delle religioni: i Paesi dell’Islam (dal Medio oriente al Pakistan, all’Indonesia, alla Malaysia) mettono difficoltà a chi vuole convertirsi a una religione diversa dall’Islam, ma creano difficoltà e violenze anche a gruppi islamici minoritari. Basta vedere in Pakistan la violenza che si scatena ogni tanto da parte dei sunniti contro gli sciiti o contro le minoranze ahmadi.
Anche India e Sri Lanka spingono sempre di più per leggi anti-conversione. In India, anzi, vi sono 5 Stati che la contemplano nel loro corpus legislativo. I Paesi dell’Asia centrale limitano la libertà religiosa: basta vedere come trattano gruppi legati ai Testimoni di Geova, a protestanti e perfino a qualche Islam non garantito dagli Stati in questione. I Paesi comunisti (Cina, Laos, Vietnam, Nord Corea) soffocano o addirittura perseguitano la Chiesa cattolica, le chiese protestanti domestiche, il buddismo, tutte le religioni.

Violenza contro le scuole e lo sviluppo

Le violenze contro la libertà religiosa sono anzitutto attentati contro delle persone. Ma esse sono pure attentati contro la società e il progresso sociale ed economico di un paese. Chi opprime o soffoca la libertà religiosa di fatto sceglie di tenere in condizioni di sottosviluppo il suo popolo. Il pogrom contro i cristiani dell’Orissa nel 2008-2009 aveva come slogan: “Uccidiamo i cristiani; distruggiamo le loro istituzioni”. Per eliminare la libertà religiosa non ci si accontenta di sopprimere gli individui, ma si cerca di distruggere le istituzioni: ospedali, centri sociali e soprattutto scuole. Quello della distruzione delle scuole (o del loro imbavagliamento) è un elemento di persecuzione che è ormai quasi un trend: Cina, Hong Kong, Indonesia (perfino università – nelle Molucche), Nepal, India, Pakistan. In questo caso non si vuole solo imbavagliare la fede di una comunità (che magari attraverso l’insegnamento potrebbe comunicare la propria fede alle giovani generazioni): si vuole distruggere la possibile influenza sociale delle religioni, in particolare di quella cristiana. Scuola significa fine dell’analfabetismo, apprendimento di un mestiere, conseguimento di una laurea, educazione, carriera, trasformazione sociale. Si distrugge quindi non solo per uccidere la fede, ma anche per impoverire, per frustrare il popolo, per avere meno prospettive sociali. Gli induisti che combattono contro le scuole cattoliche e protestanti vogliono tenere i paria nella condizione di schiavi dominabili; i musulmani (in combutta con l’esercito) che bruciano l’università di Ambon vogliono che i cristiani non trovino lavoro e che le Molucche siano preda delle politiche dall’esterno. In Cina il governo ha dato l’OK per le scuole private. Ma ha posto un veto: no alle scuole di matrice religiosa. Le altre scuole insegnano tecniche, carriere, produzioni, ma non libertà. I regimi cercano sempre schiavi, non interlocutori. Ad Hong Kong le scuole cattoliche sono riconosciute da tutti come le migliori per qualità di insegnamento, di modernità, di spessore. Eppure Pechino sta facendo di tutto per chiuderle o per controllarle. Nei mesi scorsi si è diffusa la notizia di un pullman di 50 giovani cristiani colpiti da un attentato nel nord dell’Iraq. Gli studenti “si stavano recando in autobus all’università di Mosul, nonostante le costanti minacce sotto cui vivono”, ha detto Nissan Karoumi, sindaco di Hamdaniya. L’ateneo è già da cinque anni nel mirino di gruppi estremisti islamici che lottano per la conversione dei giovani studenti. Spesso in università circolano volantini che promettono di “uccidere tutte le irachene che non indossano il velo” e minacciano di morte chiunque indossi vestiti “all’occidentale”. In Iraq la persecuzione contro i cristiani va di pari passo con l’eliminazione dell’intellighenzia irakena. La violenza sunnita e sciita sta infatti colpendo anche gli intellettuali e i professori universitari, fisici, ingegneri, giornalisti cosiddetti musulmani moderati, che aprendosi al dialogo con altre culture, rischiano di “inquinare” la purità islamica fondamentalista. Da questo punto di vista, l’uccisione, i rapimenti di intellettuali e scienziati in Iraq stanno impoverendo la nazione e la stanno condannando al sottosviluppo come e più che la guerra e l’insicurezza. Nei paesi islamici i governi sostengono le scuole coraniche e fondamentaliste, creando le basi per i terroristi islamici di domani (Malaysia, Indonesia, Pakistan), invece di sostenere la libertà di educazione e dando spazio alle diverse religioni. La conclusione è che il potere che soffoca la libertà religiosa, mette le basi per la distruzione della società. Nei Paesi islamici perché vi sarà una crescita di fondamentalismo. Nei Paesi atei, perché la mancanza di libertà religiosa crea un conflitto sociale sempre più intenso. Senza dignità dell’uomo garantita dalla dimensione religiosa e senza solidarietà sociale, il progresso tecnico crea ingiustizie, divisioni e conflitti. Pensiamo a quanto succede in Cina. Secondo cifre del Ministero della sicurezza cinese, lo scorso anno vi sono state oltre 100 mila “incidenti di massa”, cioè scontri fra popolazione e polizia o esercito, con morti da entrambe le parti.

Sviluppo economico e libertà religiosa

Si potrebbe obbiettare che Cina, India, Maldive, Vietnam, sebbene soffochino la libertà religiosa, sono Paesi ormai ad avanzatissimo sviluppo. In realtà la violenza sulle religioni è segno di un profondo squilibrio presente nelle loro società, che mette in crisi la “qualità umana” di tale sviluppo. Analizziamo ad esempio il prezzo pagato dalla Cina per questo sviluppo: morti in miniera; disoccupati, pensionati senza aiuto, famiglie senza sanità e scuole, migranti che lavorano come schiavi, giovani disperati e suicidi; condanne a morte; corruzione. A questo si aggiungono gli enormi problemi ecologici e agricoli creati da questo sviluppo selvaggio e “non religioso”, non rispettoso di Dio, della natura e dell’uomo. Secondo dati ufficiali, in Cina sono inquinati il 90% dei fiumi e dei laghi. Oltre 320 milioni di contadini non hanno fonti d’acqua potabile e circa 190 milioni bevono acqua inquinata, che usano anche per irrigare i campi. Tra loro ci sono altissime percentuali di malati di cancro. Secondo esperti statali i problemi causati dall’inquinamento costano al Paese tra l’8 e il 13% del Prodotto interno lordo. Perfino l’alfabetizzazione, l’orgoglio di Mao, è divenuto un bene di lusso: almeno l’80% dei figli dei contadini lasciano la scuola dell’obbligo per andare nelle città lavorare come disperati migranti. Come si sa il veloce e disordinato sviluppo economico sta generando una valanga di proteste in Hunan, Guangdong, Henan, Hebei, Zhejiang, Shaanxi con decine di morti e di arresti.
Secondo lo stesso Partito comunista, le ingiustizie sociali – emerse dallo sviluppo squilibrato – sono divenute il pericolo più grande per la stabilità della Cina. Anche il caso del Vietnam è significativo: qui la persecuzione religiosa è legata al tentativo di eliminare o perlomeno emarginare i gruppi minoritari dei cosiddetti montagnards, le tribù dei monti ai quali si nega non solo l’espressione della fede, ma anche i servizi minimi per il loro sviluppo: scuole, sanità, strade, terreni, case. Quanto più il Vietnam tende a decollare nello sviluppo industriale e nella ricchezza, tanto più case, chiese, terreni vengono espropriati in nome del Partito e intascati da qualche leader locale come proprietà private per essere rivendute nel mercato immobiliare. In questo vi è anche la probabile connivenza di quelle ditte occidentali che stanno investendo in Vietnam, trasferendo le loro catene produttive in questo meraviglioso Paese per bellezza naturale e per capacità produttiva. Questi squilibri e ingiustizie nascono dalla mancanza di libertà religiosa, dall’emarginazione della dimensione religiosa nella società. Vale la pena ricordare qui quanto Benedetto XVI ha sottolineato nella sua ultima enciclica, Caritas in Veritate: che “Dio è il garante del vero sviluppo dell’uomo”, per cui, “la promozione programmata dell’indifferenza religiosa o dell’ateismo pratico da parte di molti Paesi contrasta con le necessità dello sviluppo dei popoli, sottraendo loro risorse spirituali e umane”.
E ancora: “Quando lo Stato promuove, insegna, o addirittura impone, forme di ateismo pratico, sottrae ai suoi cittadini la forza morale e spirituale indispensabile per impegnarsi nello sviluppo umano integrale e impedisce loro di avanzare con rinnovato dinamismo nel proprio impegno per una più generosa risposta umana all’amore divino”. Senza la libertà religiosa, il “super sviluppo” di tanti Paesi asiatici, rimane afflitto da “sottosviluppo morale” che danneggia “lo sviluppo autentico”.

In conclusione

Mi sembra di poter affermare che le violazioni alla libertà religiosa avvengono sempre più per motivi di potere e in disprezzo allo sviluppo umano e sociale dell’uomo. In passato erano molto più frequenti le motivazioni del fondamentalismo fanatico che vuole annientare le altre comunità confessionali; il rifiuto di religioni (come il cristianesimo), legate a un passato coloniale; le motivazioni ideologiche marxiste, che volevano distruggere le religioni come “oppio del popolo”. Ora invece è chiaro che anche nei Paesi comunisti la lotta contro le religioni è una lotta contro la libertà, per salvare il potere e gli affari dell’oligarchia del Partito. Perfino le persecuzioni in India, pur con una forte dose di integralismo religioso indù, sono motivate dall’interesse di partiti politici e proprietari terrieri a mantenere come schiavi i tribali e i dalit che convertendosi al cristianesimo, si aprono a una nuova emancipazione sociale ed economica della loro vita. Da questo punto di vista imbavagliare le religioni significa imbavagliare le voci che parlano di libertà di espressione, di giustizia contro la corruzione; di sviluppo e di dignità. Le forze di potere che lottano contro la libertà religiosa vogliono Paesi chiusi, bloccati, senza sviluppo economico, per conservare i loro monopoli e interessi. Va pure detto che c’è sempre meno interesse dei governi mondiali verso questo tema della libertà religiosa. La globalizzazione ha reso la società civile mondiale più solidale; la stessa ha reso i governi più succubi dell’economia. E io temo che con la recessione planetaria a cui stiamo assistendo, questo disinteresse diverrà sempre più abissale. È pur vero che nel mondo vi sono parti della società civile che prendono a cuore questa o quella situazione, si informano, dimostrano, sostengono, solidarizzano. Questi legami e questi rapporti che si creano controcorrente – contro l’indifferenza e il bieco mercantilismo – sono anche dei semi di speranza per il mondo. A questo i cristiani devono dare un contributo offrendo la testimonianza di un impegno per la dignità dell’uomo, fatto a immagine di Dio e amato da Gesù Cristo. Tutto questo è un dovere che viene dalla nostra missione. Vorrei terminare con le parole di Benedetto XVI nella sua enciclica “Deus caritas est”, citata in abbondanza nella sua Lettera ai cattolici cinesi. Quanto dice il nostro Santo Padre si può applicare a tutti noi, asiatici ed europei, orientali e occidentali: “ la Chiesa non può e non deve prendere nelle sue mani la battaglia politica per realizzare la società più giusta possibile. Non può e non deve mettersi al posto dello Stato. Ma non può e non deve neanche restare ai margini nella lotta per la giustizia. Deve inserirsi in essa per la via dell’argomentazione razionale e deve risvegliare le forze spirituali, senza le quali la giustizia, che sempre richiede anche rinunce, non può affermarsi e prosperare. La società giusta non può essere opera della Chiesa, ma deve essere realizzata dalla politica. Tuttavia l’adoperarsi per la giustizia lavorando per l’apertura dell’intelligenza e della volontà alle esigenze del bene la interessa profondamente”.

Che fare?

Cosa fare dunque per promuovere la libertà religiosa in Asia?

1. Anzitutto informarsi e informare sulle violazioni alla libertà religiosa. L’agenzia per cui lavoro, AsiaNews, ha fatto dell’informazione sulla libertà religiosa uno dei suoi capisaldi. E questo non per amore per uno scoop giornalistico. Ormai, nel nostro mondo preoccupato solo per i propri interessi l’arresto di un vescovo, l’uccisione di un cristiano non è una notizia importante, a meno che non si possa sfruttare per i propri interessi politici. È importante informare perché possiamo condividere le sofferenze di altri nostri fratelli e sorelle. Un vescovo sotterraneo cinese viene di continuo arrestato e sequestrato per mesi, per costringerlo a rifiutare il rapporto con il papa. Alcune settimane fa è stato liberato e mi ha scritto ringraziando me e AsiaNews per il nostro lavoro, perché diamo voce al suo silenzio e al suo isolamento e lui percepisce la comunione con la Chiesa universale.

2. Occorre pregare per i perseguitati. In Italia alcuni miei amici hanno cominciato da alcuni mesi a celebrare il rosario dei martiri: ogni decina è dedicata a una qualche situazione di persecuzione o a qualche persona. Questa preghiera, mi dicono, serve a infondere coraggio nella loro vita quotidiana: i martiri divengono la misura della nostra dedizione a Cristo. In questo modo la preghiera per loro brucia le nostre meschinità, il nostro borghesismo, i nostri piccoli conflitti fra preti e laici. Pregare per i perseguitati è anche un modo per superare i propri confini locali, abbracciando i confini universali della Chiesa.

3. Occorre servire la Chiesa perseguitata, visitandola, sostenendola, sulla linea di quanto dice la Lettera agli Ebrei: “Ricordatevi dei carcerati, come se foste loro compagni di carcere, e di quelli che soffrono, essendo anche voi in un corpo mortale” (13,3). Posso dire che la mia vocazione di sacerdote è nata proprio dall’esempio che mi hanno dato i molti cristiani perseguitati in Europa dell’est e in Cina.

Impegnarsi a difendere la libertà religiosa significa difendere la bellezza del cristianesimo anche nei momenti di buio. Due giorni fa il coro delle bambine della scuola media di Inchon hanno continuato a cantare il Gloria sia con la luce piena, che nel buio delle torce. Io credo che questo sia un simbolo della Chiesa in Asia: che sa cantare la bellezza di Dio e del mondo anche quando domina per un momento l’oscurità.

Fonte: Asia News, 29 settembre 2010

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