Crisi cinese, difficoltà tedesche: e ora per l’Italia sono guai.

Giorno da bollino nero, l’11 agosto, per l’economia italiana. In poche ore, infatti, due brutte notizie hanno turbato lo stato di relativa serenità che solo ventiquattr’ore prima era stato corroborato dai dati dell’Ocse che segnalavano una «crescita in consolidamento», sia per l’Italia, sia per l’eurozona.

Prima la decisione, a sorpresa, della banca centrale cinese di operare una svalutazione di quasi 2 punti percentuali del Renminbi nei confronti del dollaro americano, mossa che ha provocato il più forte crollo della moneta cinese degli ultimi vent’anni. Poi, la pubblicazione dell’indice Zew sullo stato di fiducia delle imprese tedesche, che ha segnato un crollo di 4,7 punti percentuali, segnando il valore più basso da novembre 2014.

Una regola dell’economia interdipendente e globale in cui siamo immersi è che c’è poco da godere delle disgrazie altrui. Tanto più se sono il tuo principale partner commerciale, nonché primo mercato di destinazione dei tuoi prodotti e servizi, qual è la Germania per l’Italia. E – ancora di più, forse – se sono, com’è la Cina, la seconda economia più importante del pianeta, quella sul cui mercato interno puntano di fatto tutti i paesi del mondo che hanno qualcosa da esportare.

Partiamo dalla Cina, per l’appunto. Difficile dire, come tendono a fare gli analisti americani, se quella del governo cinese sia o meno una mossa della disperazione. Certo è che non è una mossa del tutto sorprendente. Non è da ieri che l’economia cinese sta rallentando la sua corsa. Se tuttavia, fino a qualche mese fa, la frenata era letta come una mossa del governo per stabilizzare una crescita disordinata, oggi la sensazione è che in qualche modo a Pechino la situazione stia sfuggendo di mano. Del resto, fino a pochi mesi fa, sembrava che il governo cinese volesse rafforzare la sua valuta, per fare concorrenza al dollaro. Le curve a U, di solito, non sono un segnale di tranquillità.

La grande malattia cinese, da qualche anno a questa parte, si chiama sovraproduzione. In altre parole, né il mercato estero, né tantomeno quello interno riescono ad assorbire ciò che la Cina produce. Questo si riflette in un calo dei prezzi alla produzione – siamo a oltre quaranta mesi consecutivi di calo -, sia nel rallentamento dei prezzi al consumo, che durante gli anni del boom crescevano quasi del 6% su base annua e ora faticano ad arrivare allo 0,6%. In più, c’è l’estrema volatilità delle borse cinesi, che poggiano sui risparmi di piccoli investitori male informati, che tendono a leggere a modo loro i segnali della politica. Ad esempio, c’è chi teme che da questa mossa del governo, che in teoria dovrebbe rilanciare la crescita cinese favorendo le esportazioni, rischi di generare panico e fughe di capitali all’estero, peggiorando ulteriormente la situazione.

Quel che è altrettanto possibile è l’effetto deflattivo che questa manovra avrà sul resto del mondo, Italia compresa, che si vedrà invaso più di quanto non lo sia già oggi di beni a basso costo provenienti dalla Cina, avverando la profezia dell’allora ministero delle finanze giapponese Huriko Huroda –  ora governatore della banca centrale del Sol Levante – secondo cui l’ingresso della Cina nell’Organizzazione Mondiale del Commercio avrebbe aggiunto, con i suoi prezzi bassi, una «grande forza deflattiva»nell’economia globale. Ironia della sorte, mentre la Banca Centrale Europea sta producendo il massimo sforzo possibile con il Quantitative Easing, per far crescere l’inflazione.

Non solo: un altro effetto della svalutazione del Renminbi sarà la diminuzione del potere d’acquisto dei consumatori cinesi. Altra pessima notizia per le economie occidentali che esportano beni costosi e ad alto valore aggiunto. Non è un caso, del resto, che i primi titoli a crollare dopo l’annuncio della svalutazione siano stati proprio quelli del lusso: a Milano i tonfi peggiori sono stati quelli di Tod’s, Ferragamo e Moncler. Non esattamente un bel segnale per il made in Italy.

Non bastasse, ci si è messa pure la Germania. «Il motore economico tedesco sta ancora girando bene. – si è affrettato a spegnere l’incendio il presidente dell’istituto Zew, Clemens Fuest – Ma nelle attuali circostanze geopolitiche e globali, un sostanziale miglioramento della situazione economica tedesca nel medio periodo appare improbabile. Ecco perché la fiducia nel futuro è diminuita». Vale la pena di ricordare, giusto per mettere in fila le Cassandre, che solo pochi mesi fa gli analisti dell’istituto di consulenza e intelligence di Stratfor, gente che solitamente ci prende, avevano previsto per il prossimo decennio una forte crisi economica tedesca, dovuta proprio alla loro fortissima dipendenza dall’export. Una profezia, questa, che la crisi cinese potrebbe concorrere ad avverare in tempi molto brevi.

Ora, il problema è che la Germania è il nostro primo partner commerciale, soprattutto per quanto riguarda beni strumentali e semilavorati. Made in Italy, questo, che diventa made in Germany quando viene esportato altrove. Non serve un Phd in economia per capire che se la Germania esporta di meno, comprerà meno prodotti dall’Italia. Cosa che avrà giocoforza effetti negativi sulla produzione e sull’occupazione.

Ricapitoliamo, quindi: più prodotti cinesi in Italia e nei nostri mercati di sbocco esteri; meno prodotti made in Italy in Cina; meno semilavorati e beni strumentali italiani in Germania. Il tutto nel contesto di una possibile  «guerra di valute», che potrebbe portare a svalutazioni a catena lungo tutta la dorsale asiatica bagnata dall’Oceano Pacifico. E allora sì che la vicenda, da preoccupante che è, potrebbe farsi molto grave.

Linkiesta,11/08/2015

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