Contro la pena di morte – Convegno all’Istituto “Plinio Seniore” di Roma

Ieri 10 dicembre, il gruppo EDU15 di Amnesty International ha organizzato un convegno contro la pena di morte presso l’Istituto “Plinio Seniore” di Roma in collaborazione con il Prof Claudio Vitaliano. Sono intervenute Vittoria Peluga ed Amalia Macrì di Amnesty,  la texana Stephanie Westbrook e Toni Brandi della Laogai Research Foundation. 90% delle pene capitali hanno luogo in Cina.  Durante il suo intervento Toni Brandi ha mostrato una serie di fotografie sulle esecuzioni capitali e la vendita degli organi

Oggi in Cina migliaia di persone, accusate spesso nel corso di processi sommari, sono condan­nate a morte mediante la fucilazione, eseguita di frequente  davanti ad un pubblico appositamente convocato che include studenti universitari, scolaresche delle scuole medie e parenti dei condannati, cui inoltre spetta l’onere di pagare il costo delle pallottole usate contro i loro congiunti. Continua dai tempi di Mao Zedong l’uso di trasportare i condannati al luogo dell’esecuzione su autocarri scoperti. Tutti quelli che assistono debbono meditare sulle tragiche conseguenze cui conduce trasgredire la legge, giusta o ingiusta che sia. 

Amnesty International e la Laogai Research Foundation  segnalano da tempo questa orribile pratica. Nel suo recente rapporto del luglio 2008 Amnesty International denuncia le migliaia di esecuzioni e  l’aumento di iniezioni letali per uccidere i prigionieri  e facilitare l’espianto di organi freschi.   Il numero delle esecuzioni capitali è ancora considerato segreto di stato in Cina. Durante un’intervista all’Agenzia Reuters Liu Renwen dell’Accademia Cinese delle Scienze Sociali ha confermato che il numero delle uccisioni annuali è tra 8.000 e10.000.  Il sistema giudiziario cinese è approssimativo e corrotto, privo delle minime garanzie legali per gli accusati, senza veloce accesso all’assistenza legale, senza la presunzione di innocenza, con l’uso della tortura e l’interferenza della politica.  Ricordiamo che  Manfred Nowak, l’inviato delle Nazioni Unite che ispezionò nel dicembre 2005 alcune pri­gioni, ha denunciato l’uso continuo della tortura e chiesto al governo di Pechino di abolire le esecuzioni capitali per i colpevoli di crimini non violenti o di natura eco­nomica. In un altro suo  rapporto del 10 marzo 2006, ha denunciato anche le con­fessioni estorte con la tortura.   Inoltre un membro dell’Assemblea del Popolo, il prof. Chen Zhonglin, ha dichiarato nel marzo 2004 che il numero di esecuzioni capitali in Cina è di circa 10.000 all’anno.  La  pratica del “colpisci duro”, che tende ad aumentare il numero delle esecuzioni durante i periodi delle festività, continua ininterrotta.  Perché si viene uccisi in Cina oggi?  Nel 1989 i reati puniti con la pena di morte, previsti dal codice penale, erano venti, ora sono sessantotto. Tra questi ultimi: frode fiscale, contrab­bando, traffico d’arte, violazione di quarantena se ammalati, reati per danni economici, apparte­nenza anche indiretta ad “organizzazioni illegali”, ecc.  L’allargamento dell’area dei delitti repressi con la punizione capitale non promette nulla di buono, considerando anche la superficialità dei tribunali, che celebrano processi privi di garanzie legali per gli accusati.     

In seguito all’aumentata pressione internazionale, il regime cinese ha approvato  una legge secondo la quale dal 1.1. 2007 tutte le esecuzioni capitali devono essere riviste e convalidate dalla Corte Suprema del Popolo perché ne sia assicurata la validità. 

Come descrive un recente rapporto di Human Rights in China, le nuove riforme e leggi introdotte dal regime comunista dall’ottobre 2006 al marzo 2007 prevedono la revisione di tutte le pene capitali da parte della Corte Suprema, il rifiuto di confessioni ottenute mediante la tortura e l’originale disposizione che i giudici della stessa Corte Suprema  debbano, per principio,  interrogare l’accusato.   Il nuovo principio adottato dal partito sarebbe di “uccidere meno educcidere con attenzione”.  Tuttavia, come giustamente denuncia il rapporto, quale valore possono avere tali  misure in un sistema dove l’attività di tutti i tribunali è diretta dal comitato legale-politico del partito comunista, da cui i giudici dipendono per la carriera, i salari e gli altri benefici; dove esiste il segreto di stato sulle procedure legali, sul numero delle esecuzioni, sulle prove e le motivazioni che hanno portato alla pena capitale; dove si usa la tortura per ottenere le confessioni; dove non esiste la minima garanzia di un processo equo e di  presunzione di innocenza almeno fino a quando si è riconosciuti colpevoli; dove spesso gli avvocati della difesa sono intimiditi, picchiati, arrestati; dove l’ avvocato difensore non può interrogare i testimoni ? La risposta a questo interrogativo è intuitiva.

Se incutere paura al popolo è il primo scopo delle esecuzioni, il secondo è l’espianto di organi freschi a scopo di vendita, spesso senza il consenso delle vittime o dei parenti. Migliaia di fegati, reni e cornee cinesi sono immessi nel mercato inter­nazionale del traffico d’organi, anche via internet. Secondo le organizzazioni umanitarie internazionali, il 95% viene dai corpi dei condannati a morte. Il governo cinese ha sempre negato queste accuse. Solo nel novembre del 2006 un altissimo funzionario del Ministero per la Salute, Huang Jefu, ha riconosciuto, durante una conferenza di chirurghi a Guangzhou, che “ a parte un piccolo numero di vittime di incidenti di traffico, la gran parte di organi espiantati viene da prigionieri uccisi”.

Purtroppo in Cina anche il corpo umano è fonte di profitti e tutto è permesso nel nome del dio denaro !

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