Cambiamenti climatici: i negoziati ripartono dalla Cina

Apre oggi a Tianjin, in Cina, a 150 km da Pechino, l’ultima conferenza  delle Nazioni Unite sul clima prima dell’appuntamento cruciale di dicembre a Cancun, in Messico. Per i prossimi sei giorni il più grande emettitore mondiale di gas serra ospiterà i negoziati con un doppio scopo: riaprire il dialogo tra paesi ricchi e paesi in via di sviluppo e  porsi ad esempio di virtù con la propria politica energetica. A Copenaghen lo scorso dicembre, la montagna aveva partorito il topolino. I 20.000 delegati di 192 paesi non erano riusciti a mettere la firma su un accordo vincolante, limitandosi a vaghe dichiarazioni d’intenti, peraltro assai poco ambiziose, e avevano lasciato il mondo esattamente al punto di partenza. Ai paesi poveri restava il solo conforto di una promessa di aiuti in denaro (30 miliardi di dollari in tre anni e 100 miliardi entro il 2020). Cosa dobbiamo aspettarci da questa conferenza cinese? Prima di tutto che si occupi di verificare a che punto è il trasferimento di questi fondi e di far sì che vengano elargiti secondo la massima trasparenza. Secondariamente che sia una tappa utile al raggiungimento di quell’accordo vincolante che si dovrebbe ottenere a Cancun, il cui scopo, non dimentichiamolo, è quello di fissare i nuovi obiettivi allo scadere del protocollo di Kyoto nel 2012. Quali sono i punti critici? Alla base di tutto c’è la divergenza di vedute tra paesi ricchi e paesi in via di sviluppo su chi e come dovrebbe sobbarcarsi i tagli alle emissioni. I paesi poveri, che producono, consumano e quindi inquinano meno, sono sostanzialmente i meno responsabili dei cambiamenti climatici ma anche i più esposti alle loro conseguenze. In mezzo ci sono i paesi in via di sviluppo, che stanno galoppando per raggiungere i big, con ritmi di crescita forsennati, che inevitabilmente si accompagnano a un aumento sostanzioso delle emissioni. Tra questi vi è proprio la Cina, che insieme all’India unisce due caratteristiche potenzialmente esplosive: grandissima produttività e una sterminata popolazione in costante crescita. Infine ci siamo noi, i paesi occidentali, che abbiamo goduto dei benefici di una crescita economica che non conosceva limitazioni di tipo ambientale. Siamo noi, con gli Stati Uniti in testa, ad aver contribuito in maniera determinante al cambiamento climatico e perciò sarebbe logico che fossimo noi a offrire strategie e fondi per arginare i danni. La speranza è che la soluzione stia proprio nel mezzo, ovvero in quei paesi, come la Cina, appunto, che stanno conoscendo uno straordinario sviluppo economico in tempi di grande consapevolezza ambientale. I loro massicci investimenti in fonti di energia rinnovabile, e per la Cina si tratta principalmente dell’eolico, offrono un esempio di sviluppo sostenibile. Sostenendo a Copenaghen di voler ridurre le emissioni del 40-45 per cento per unità di Pil, la Cina ha messo in chiaro due cose: che non ha intenzione di frenare la propria crescita economica ma che è disposta a ridurne di molto l’impatto. Riuscirà a mantenere la promessa e, magari, a fare proseliti?

Marta Buonadonna

Fonte: Panorama.it, 4 ottobre 2010

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