Cina, tre anni di carcere per il capo del villaggio “democratico” di Wukan

Lin Zuluan ha guidato le proteste dei suoi concittadini nel 2011, contrari alla requisizione dei loro terreni da parte delle autorità. Le violenze sono esplose di nuovo nel giugno scorso, quando i funzionari locali non hanno onorato gli impegni presi per fermare le manifestazioni e hanno arrestato l’uomo. Questi dovrà pagare anche 200mila yuan di multa. La polizia in tenuta anti-sommossa ha circondato per ore il tribunale dove veniva letta la sentenza.

Foshan– Un tribunale di Foshan (Guangdong), ha condannato a 37 mesi di carcere e 200mila yuan di multa Lin Zuluan, ex capo del villaggio “democratico” di Wukan. I giudici lo hanno ritenuto colpevole di corruzione, ma hanno respinto l’accusa di aver usato mezzi illegali per garantirsi appalti pubblici. La sentenza è stata letta in un’atmosfera militarizzata: i soldati dell’esercito nazionale in tenuta anti-sommossa hanno circondato per ore l’edificio.

Una fonte vicina alla famiglia di Lin definisce i suoi congiunti “come se fossero intrappolati”. I familiari hanno infatti collaborato alle indagini, come lo stesso Lin, ed erano sicuri di ottenere la sospensione della condanna. Le autorità giudiziarie hanno invece ordinato l’immediato trasferimento dell’uomo in un carcere provinciale, dove sconterà l’intera pena.

Il villaggio di Wukan è un simbolo per tutta la Cina. Questo è divenuto famoso già cinque anni fa per le proteste dei suoi abitanti contro le malversazioni dei dirigenti politici locali, ed è tornato nei mesi scorsi sotto i riflettori per il discusso arresto del capo villaggio. Accusato di “corruzione”, l’uomo è un simbolo delle manifestazioni per la giustizia che hanno scosso la provincia meridionale del 2011.

L’arresto del leader e la sua “confessione” trasmessa in televisione non hanno calmato la tensione nel villaggio, rimasta altissima per settimane. Gli abitanti hanno infatti indicato la propria volontà di “continuare a combattere per la giustizia” e chiedere la restituzione dei terreni oggetto delle proteste del 2011. Il capo villaggio Lin, anche segretario locale del Partito comunista, ha chiesto dal carcere ai suoi concittadini di “fare quello che ritengono giusto, anche se va contro le indicazioni delle autorità”.

Migliaia di persone sono scese in piazza il 19 giugno 2016, e il giorno successivo altre centinaia hanno firmato e affisso enormi cartelli bianchi in cui si chiede il rilascio di Lin. Un manifestante dice: “Dobbiamo andare avanti con le proteste. Noi riteniamo che il capo villaggio sia innocente e si sia accollato il biasimo della situazione in nome nostro”. Dopo le proteste alcuni abitanti sono stati “ammoniti” dalla polizia, che ha arrestato altre due persone: il nipote del capo, Lin Liyi, e il suo vice Cai Lichou.

La questione ha scosso anche la leadership nazionale. Lin Zuluan è stato definito “un bravo compagno”, e le sue azioni si sono sempre attenute alla legge. Tuttavia, un editoriale del Global Times – il “partner” internazionale del Quotidiano del Popolo – avverte: “Le dispute sui diritti di proprietà dei terreni non possono essere risolte soltanto attraverso meri strumenti democratici. Servono richieste a norma di diritto”.

Secondo diversi analisti, l’esproprio delle terre è uno dei problemi che alimentano almeno il 63% delle rivolte sociali. Fino a pochi anni fa il governo cinese pubblicava statistiche sui cosiddetti “incidenti di massa”, giunti nel 2010 a circa 180mila in un anno. In seguito Pechino non ha più pubblicato altre statistiche sul problema.

Asia News,08/09/2016

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