Cina, la tratta delle vietnamite rapite e vendute come mogli ai cinesi

Nelle zone rurali la politica di Pechino del figlio unico e il fenomeno delle bambine non nate hanno portato a una crescente richiesta di donne. Il governo vietnamita avvia un programma per difendere le concittadine: “Non girate da sole nelle zone di frontiera, non seguite gli sconosciuti”.

HONG KONG – Donne vietnamite rapite e vendute per soddisfare la richiesta di mogli in Cina nelle zone rurali, rimaste maggiormente vittime della politica del figlio unico e dell’impatto che ha avuto sulle bambine non lasciate nascere.

Nuove rivelazioni fatte all’agenzia di stampa AFP mettono in luce il crescente traffico di donne che avviene in particolare lungo la frontiera che divide la Cina dal Vietnam, specialmente nelle zone intorno alla città di frontiera di Lao Cai – una città di commercio molto attiva, attraversata da una linea ferroviaria che collega Hanoi alla capitale della regione del Yunnan, Kunming.

Solo alcune delle donne che vengono rapite e vendute – anche da membri delle loro stesse famiglie – riescono a contattare la polizia cinese e essere riportate in Vietnam, dove vengono accolte da centri creati negli ultimi anni proprio a questo scopo. Altre, meno fortunate, restano sposate per anni a uomini che le hanno acquistate per poter avere una discendenza. Rimangono dunque nascoste ed illegali nel Paese, prive di ogni diritto e di qualsiasi appiglio a loro familiare, madri di figli a loro volta illegali ma capaci di portare avanti il cognome maschile. Si tratta di un fenomeno tragico, ma diffuso in Cina tanto lungo il confine vietnamita che quello con la Cambogia e il Laos e in particolare quello che separa la Cina dalla Corea del Nord, che vede le donne ancora una volta essere le più vulnerabili, in particolare in situazioni di assenza di diritti sia politici che economici.

Molte delle donne che finiscono come “mogli” a uomini che le hanno acquistate dai trafficanti lungo il confine con la Corea del Nord avevano cercato di loro volontà di lasciare il Paese, nella speranza di trovare cibo e condizioni materiali migliori, ritrovandosi invece nelle mani della delinquenza cinese, pronta a fornire donne a chi non riesce a trovarne. Per le donne vietnamite, invece, il traffico avviene direttamente in Vietnam, dove le ragazze sono vendute e successivamente portate oltre frontiera.

Secondo Human Rights Watch si tratta di un problema “sistematico”, che vede ragazze vietnamite vendute per un massimo di 5000 dollari americani – sia come mogli che come schiave sessuali nei bordelli lungo il confine.

Per cercare di contrastare il problema, dunque, il governo vietnamita ha lanciato alcuni programmi educativi per mettere in guardia le ragazze che vivono nelle zone montuose di frontiera, affinché non si fidino di chi promette loro un lavoro fuori dal villaggio o non seguano sconosciuti in zone che non conoscono. Ma molti gruppi per i diritti umani che cercano di occuparsi del fenomeno dicono che i pochi programmi governativi, tanto in Vietnam che in Cina, sono del tutto inadeguati davanti alle dimensioni del problema.

Lo scorso anno la Cina ha finalmente rilassato la sua annosa politica detta “del figlio unico”, che prevede un solo figlio per famiglia nel tentativo di ridurre la popolazione nazionale. Ma l’inversione di marcia arriva troppo tardi per più di una generazione di persone. Vista la preferenza per il figlio maschio, infatti, dopo anni di infanticidio femminile si era passati ad aborti selettivi portando all’attuale disparità numerica fra uomini e donne ora in età adulta, in particolare nelle campagne. Per gli uomini disperatamente alla ricerca di moglie, anche una ragazza costretta a forza dal Vietnam sembra così una possibile “soluzione”.

Fontelastampa.it, 25/06/2014

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