Cina-Sudan, Prima di tutto il business

Dal suo punto di vista, politico, culturale e di pratici interessi di bottega la Cina non poteva fare altro. Doveva difendere il presidente sudanese Omar Al Bashir contro la Corte internazionale di giustizia che ha spiccato un mandato di arresto contro di lui per crimini contro l’umanità, quelli commessi nella repressione nella regione del Darfur. È la prima volta che un mandato del genere viene spiccato contro un capo di Stato in carica. Il portavoce del ministero degli Esteri cinese, Qin Gang, ha spiegato l’opposizione di Pechino dicendo che in realtà questa sentenza danneggia la ricerca di una soluzione politica per la crisi del Darfur destabilizzando la regione e minando un accordo fra le parti. «La Cina si oppone a ogni atto che possa interferire con la situazione complessivamente pacifica del Darfur e del Sudan», ha detto Qin spiegando che con la Cina ci sono anche la Lega araba e l’Unione africana.

In effetti ci sono molti elementi complessi in questa vicenda. Se la Cina abbandonasse il Sudan dietro le pressioni occidentali, manderebbe un messaggio rovinoso a tutto il continente nero: i leader africani smetterebbero infatti di considerarla un interlocutore di primo piano nel momento in cui la vedessero piegarsi agli interessi occidentali. E ciò a sua volta metterebbe a rischio tutta una politica estera cinese, che negli ultimi anni ha investito moltissimo in Africa. Il commercio bilaterale tra Africa e Cina all’inizio del decennio superava di poco i 10 miliardi di dollari all’anno, a metà del 2007 aveva già superato i 50 miliardi, con la prospettiva concreta di toccare la soglia dei 100 miliardi entro il 2010. In realtà queste cifre nascondono dimensioni molto più importanti. I cinesi in Africa erano solo poche migliaia dieci anni fa, adesso sono più di un milione, e molti rimangono nei Paesi africani investendo e creando piccole e medie imprese. Il rapporto qualità-prezzo offerto dalle società cinesi di ingegneria nella costruzione di infrastrutture ha permesso la creazione di un mercato senza precedenti. Circa il 50 per cento dei nuovi contratti per lavori pubblici, dalle strade alle linee telefoniche fino agli acquedotti, è conquistato da aziende cinesi.

Poi ci sono le materie prime. La Cina importa circa il 30 per cento del suo petrolio dall’Africa, e quantità gigantesche di minerali di tutti i tipi: rame, zinco, oro, platino, uranio, argento. Ma l’Africa serve anche da mercato per dar sfogo alle esportazioni. La Cina vende vestiti, prodotti tessili, utensili come piatti di metallo o thermos, prodotti tecnologici di basso costo come radioline, ma anche computer. I vestiti cinesi a prezzi ridotti permettono a molti africani di cambiarsi d’abito con una frequenza impensabile fino a qualche tempo fa. I prodotti cinesi «danno fiducia ai poveri dell’Africa», diceva Zhong Jianhua, ambasciatore in Sud Africa. Infine ci sono le armi. I fucili mitragliatori di fabbricazione cinese sono la munizione di base di tutti i conflitti in corso nel continente. Il problema è che la politica africana della Cina si incentra proprio sul Sudan, che fino al 2004 riceveva il 50 per cento degli investimenti nel continente. Ora Pechino è di fronte a una prova di equilibrismo politico: non può abbandonare Al Bashir, ma non può neanche ignorare la forte opposizione interna e internazionale al suo regime. Se abbandona il presidente sudanese altri governi africani potrebbero temere una sorte simile (e magari cercarsi altri protettori). Se si accanisce ad appoggiare solo lui, rivoluzioni, colpi di Stato e cambi di governo potrebbero scuotere la presenza cinese in tutti i Paesi con un cambio di governo. Pechino è impegnata allora in una politica a 360 gradi.

Parla con il governo e con i ribelli, con il dittatore in carica e con i suoi oppositori, per assicurarsi una continuità politica e di commercio. Le difficoltà non sono poche. Periodicamente operai cinesi sono rapiti, minacciati, soggetti a ricatti, semplicemente perché rappresentano una classe di nuovi ricchi in ascesa. La cosa sta creando problemi di sicurezza crescenti, per gli operai impegnati in prima linea e per tutto l’impegno cinese in Africa. Per questo Pechino gioca soprattutto l’arma della diplomazia, a tutto tondo. Si tiene buoni gli uomini forti come Al Bashir, ma evita di rimanere isolata sulla scena internazionale, insiste sull’approccio multilaterale, si garantisce ampi margini di manovra. Che il Darfur diventi indipendente oppure no, Pechino è pronta a tutti gli scenari. E soprattutto a difendere i suoi business.

fonte: La Stampa, 6 marzo 2009

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