Cina, Russia (e anche Italia): da dove vengono le armi dell’Isis

L’inchiesta di una ong britannica ha ricostruito la provenienza dell’arsenale in possesso dei jihadisti dello Stato Islamico in Iraq e Siria. Tra i Paesi anche Usa e Arabia Saudita.

Fucili, munizioni, materiali per fabbricare esplosivi, detonatori e inneschi. Per oltre tre anni Isis ha tenuto sotto controllo parte dell’Iraq e della Siria grazie ad un vero e proprio arsenale. Ora, un rapporto realizzato dalla ong britannica Conflict armament reserarch, dopo oltre due anni di lavoro sul campo e nelle retrovie della frontline in Siria e in Iraq, ricostruisce nel dettaglio la provenienza delle armi.

«Il 90 per cento delle oltre 40 mila armi che abbiamo analizzato proviene dalla Cina, dalla Russia e dai Paesi dell’Est Europa», nota Damien Spleeters, a capo del team di ricerca. Per quanto riguarda la Russia, si tratta di armi che risalgono al periodo immediatamente successivo al crollo del muro (la maggior parte se si analizza l’arsenale da un punto di vista temporale). Ma se si parla di Cina, analizzando i numeri di serie, si scopre che sono armi relativamente nuove. A giocare a favore delle armi cinesi, i prezzi più bassi e il boom della produzione che ha portato il Paese al terzo posto dell’export di armi a livello mondiale. Tornando all’Isis la ong britannica ha scoperto anche come le munizione più «fresche», fabbricate nel 2016 siano arrivate per lo più dall’Iran e siano più frequenti in Siria. Tra i Paesi dell’Est europei che svettano nella produzioni di armi finite nelle mani dell’Isis ci sono invece Romania, Ungheria e Bulgaria, anche loro fornitori delle armi e delle munizioni più nuove.

Fucili cinesi                                                           Fucili cinesi

Ma non solo. Il report conferma quanto ipotizzato negli anni passati da diversi giornalisti investigativi. Una parte dell’arsenale di Isis è stato indirettamente finanziato da Usa e dall’Arabia Saudita. E il motivo è chiaro: entrambi questi Paesi hanno segretamente armato i gruppi ribelli del nord della Siria, soprattutto nelle prime fasi della guerra civile (il programma segreto è stato sospeso da Trump all’inizio di quest’anno), acquistando armi da aziende dell’Europa dell’Est. Molte fazioni però hanno stretto accordi, anche solo temporanei con Isis, accordi che comprendevano anche il passaggio di uomini e di armi. Facile dunque che parte delle armi anticarro in possesso dei miliziani di Al Baghdadi siano state in realtà pagate da Washington e da Riad.

Resta degna di nota la produzione “casalinga” dello Stato Islamico, che ha cercato di autoprodursi soprattutto nel campo dei plastici e delle bombe, come documentato durante la battaglia di Mosul in un filmato di propaganda. In questo caso particolare, è stato il mercato interno turco ad aver fornito gran parte dei nitrati e della pasta di alluminio necessari allo scopo. Gli ingredienti preziosi, smerciati dalla Turchia, comprendevano spesso materie prime provenienti da Brasile, Cina, Romania. Il nitrato, un materiale destinato all’uso agricolo, è stato esportato dalle compagnie del governo turco senza alcun problema, essendo legalmente registrato come materiale agricolo. Ma nessuno sembra essersi come mai l’export di questo prodotto sia aumentato del 260% in un anno.

Il percorso del fertilizzante proveniente dall’Italia            Il percorso del fertilizzante proveniente dall’Italia

E anche l’Italia viene citata nel rapporto. Al centro delle indagini delle ong, un carico di 12 tonnellate e mezzo di fertilizzante biochimico, prodotto dalla Biolchim, colosso italiano dei fertilizzanti. Il prodotto, a uso agricolo ma probabilmente destinato a produrre esplosivi secondo l’ong britannica, è partito da Medicina, in provincia di Bologna, nel 2013. La destinazione era Amman, in Giordania, dove è stato acquistato da una società locale, la Green Land, che ha sua volta l’ha esportato Bagdad, in Iraq l’anno successivo. Nel 2016 Isis è entrata in possesso di una parte di questo carico a Mahmudiyah, vicino a Bagdad.

Interpellati dal «Corriere», alla Biolchim hanno confermato la vendita del fertilizzante alla società giordana. Ma hanno precisato che il prodotto in questione si chiama «Hydrofert 15.5.30 + 3 MgO», un normale fertilizzante che non contiene materie prime esplosive, e dunque «non utilizzabile per la produzione di esplosivo», come ha spiegato l’ad di Biolchim Leonardo Valenti.

Corriere della Sera,15 dic.2017

English article,WIRED:

Exclusive: Tracing ISIS’ Weapons Supply Chain—Back to the US

 

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