Rapporto sulle confessioni forzate divulgate dai media cinesi

Quelli obbligati a confessare sono vestiti dalla polizia, viene consegnato un copione e vengono fornite direttive su come comportarsi.

La Cina deve smettere di trasmettere confessioni forzate da parte di attivisti per i diritti umani, un gruppo in difesa dei diritti umani afferma in un rapporto  nei dl dettaglio, come i detenuti siano costretti a rilasciare dichiarazioni scritte.

Secondo il rapporto di Safeguard Defenders , una ONG per i diritti umani in Asia, ci sono state almeno 45 confessioni televisive forzate in Cina dal 2013. L’associazione ha invitato la comunità internazionale a fare pressione sul governo cinese per porre fine alla pratica e ha raccomandato di imporre sanzioni ai dirigenti dell’emittente statale cinese, tra cui il congelamento dei beni e il divieto di viaggiare.

Nel rapporto si legge che quelle persone che sono state costrette a confessare descrivono di  essere stati vestiti dalla polizia e hanno consegnato loro un copione che devono memorizzare, e persino ci sono  riportate indicazioni su come proporre certe linee o piangere.  Una persona ha raccontato di rimasto per sette ore alla registrazione di un pezzo televisivo che alla fine è durato diversi minuti. Altri hanno riferito che la polizia ordinò rifacimenti di confessioni di cui non erano soddisfatti.

Alcuni detenuti vengono fatti vedere in carcere. All’accusato viene fatto indossare un gilet da prigione arancione e talvolta viene fatto vedere seduto dietro le sbarre, mentre altri sono fatti per apparire più neutrali. Le confessioni sono quasi sempre trasmesse prima di una condanna formale, violando la legge cinese che asserisce una presunzione di innocenza.

I tribunali cinesi hanno un tasso di condanne superiore al 99% e i casi dipendono fortemente dalle confessioni. Cinque delle 37 persone descritte nel rapporto che hanno confessato nella televisione cinese hanno da allora ritirato pubblicamente le loro confessioni.

Da quando Xi Jinping è salito al potere nel 2012 c’è stata una repressione totale della società civile e del dissenso, portando a centinaia di arresti contro attivisti per i diritti umani e gli avvocati che li difendono. La pratica delle confessioni forzate fu particolarmente evidente durante la Rivoluzione Culturale del 1966-76, un decennio di sconvolgimenti politici durante i quali i “controrivoluzionari” furono fatti sfilare per le strade e costretti a confessare i loro presunti crimini.

 Nel rapporto viene detto  che una persona di nome Li dichiara che: “La polizia mi ha minacciato che se non avessi collaborato con loro mi avrebbero condannato al carcere, avrei perso il lavoro, la mia famiglia mi avrebbe lasciato e avrei perso la mia reputazione per il resto della mia vita. Avevo solo 39 anni, i miei capelli diventarono bianchi causa l’enorme pressione che ho subito per causa di tutto ciò. Una vera e propria tortura.

Peter Dahlin, ex dipendente di una ONG con sede in Cina, è stato costretto a dire che aveva violato la legge cinese in una confessione televisiva nel 2016.

“Ha detto che lo scopo, in particolare quando gli stranieri sono coinvolti, è quello di modellare l’informazione dall’inizio e di anticipare qualsiasi critica internazionale.”

“Questo dimostra che ciò non viene fatto semplicemente dalla polizia per scopi di  oscura propaganda, ma direttamente dallo stato come parte della politica estera”

Le confessioni di una serie di sospetti sono state trasmesse dalla China Central Television, l’emittente ufficiale della nazione, incluse quelle di un investigatore aziendale britannico , un editore svedese di libri nato in Cina e dozzine di attivisti cinesi che agitavano per il cambiamento.

Il libraio Gui Minhai è stato presentato dai media in tre diverse occasioni. È scomparso dal suo appartamento in una località turistica thailandese alla fine del 2015 per poi riapparire mesi dopo in un carcere cinese, confessando di aver avuto un incidente stradale nel 2003.

“Queste  confessioni’ sono mirate a schiacciare il dissenso ovunque possa sorgere”, ha detto David Bandurski, ricercatore presso l’Università di Hong Kong, China Media Project, in una conversazione sul sito internet di China File lo  scorso anno. “I presunti reati hanno un’importanza mediocre in relazione all’atto di sottomissione stesso nei confronti delle autorità. In una parola, quindi, questo è un atto di bullismo politico.

“Xi Jinping ha sempre pubblicizzato il principio dello stato di diritto, queste ammissioni chiaramente forzate mostrano esattamente il messaggio opposto.”

The Guardian,12/04/2018

Traduzione Laogai Research Foundation Italia Onlus: “L’altra Cina: in ricordo di Harry Wu”

English article,The Guardian:

‘My hair turned white’: report lifts lid on China’s forced confessions

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