Cina, nuove tensioni in Tibet: Dalai Lama, “si combatte anche con l’insensatezza dei funzionari cinesi”

A ridosso dell’anniversario della rivolta che nel 1959 portò all’esilio della più alta autorità buddista del paese, nella regione autonoma Pechino continua a mostrare i muscoli. Il Dalai Lama in un’intervista alla HBO si è scagliato contro i vertici cinesi che nel frattempo hanno inasprito la repressione nell’area.

ROMA – A marzo, tibetani e sostenitori dell’indipendenza della Regione autonoma del Tibet (RAT) ricordano ogni anno la rivolta del 1959, soffocata nel sangue dalle forze armate cinesi, costata la vita a 65.000 persone e l’esilio al Dalai Lama. Giorni caratterizzati da proteste in tutto il mondo. Il 2017 non ha fatto eccezione, così dalla Germania a Nuova Delhi si sono moltiplicate le manifestazioni a sostegno dell’indipendenza tibetana.

Parate e controlli a tappeto. Ma quest’anno il clima è se possibile più teso. Ad alimentare il fuoco delle ostilità hanno contribuito gli atti di forza della Repubblica Popolare che una settimana prima dell’anniversario ha fatto sfilare a Lhasa una parata composta da 5mila soldati e 1000 veicoli militari. Pechino ha mostrato i muscoli per scoraggiare eventuali atti di ribellione da parte della popolazione locale. Un gesto simbolico preceduto dal divieto varato agli inizi di febbraio ed esteso al mese di marzo per giornalisti e turisti di viaggiare nella regione autonoma.

Nessuno escluso. Il 20 febbraio, il capo della sicurezza del RAT Ding Yexian ha approvato l’implementazione di misure di sicurezza straordinarie per “il mantenimento della stabilità”.  Misure messe in atto per zittire l’opposizione e dare una stretta ai possibili ‘dissidenti’. Sono stati effettuati controlli a tappeto dei potenziali cospiratori separatisti come monaci, rimpatriati dall’India, ex prigionieri politici. Inoltre sono stati messi sotto sorveglianza anche luoghi pubblici, uffici e posti di ritrovo.

Violenza e diritti. L’anniversario di quest’anno coincide con la conferenza annuale nel parlamento cinese dei rappresentanti della Regione autonoma del Tibet. In questa circostanza le autorità cinesi hanno dichiarato di non aver timore di usare la forza per reprimere qualsiasi alito separatista nell’area.  “Il governo dovrebbe mantenere una posizione netta contro il separatismo – ha detto Che Dalha, governatore del Tibet –  e colpire risolutamente le attività dannose e separatiste della cricca del Dalai Lama”. A fargli eco anche Tashi Yangjen, rappresentante di una minoranza etnica del sud -est tibetano: “Il compito più importante è quello di proteggere la frontiera della nostra patria e non permettere in alcun modo di separare anche un pollice della nostra terra dalla madrepatria”.

Nell’occhio del ciclone. L’occupazione cinese del Tibet e la politica repressiva nei confronti delle tradizioni millenarie della popolazione, da decenni preoccupano analisti e sostenitori dei diritti umani. Ma negli ultimi mesi diverse organizzazioni hanno denunciato l’incremento dell’intransigenza cinese nei confronti delle libertà individuali della popolazione, soprattutto quelle riguardanti l’espressione. L’Ong Freedom House ha posizionato il Tibet al secondo posto tra gli Stati con meno libertà del mondo; peggio della regione autonoma è solo la Siria. A preoccupare poi anche la stretta contro i culti religiosi, tra questi ovviamente il buddhismo tibetano, da parte della presidenza di Xi Jinping. Un esempio su tutti è l’introduzione dal 2012 di una pena per chi dia assistenza a quei monaci che si danno fuoco per protestare contro il regime di Pechino.  Anche il Dipartimento di Stato statunitense nel suo report annuale sui diritti umani ha fortemente criticato il pugno di ferro della Cina in Tibet. “La repressione nel paese – si legge nel report – delle libertà di parola, di religione, di movimento, di associazione e di riunione dei tibetani nella regione autonoma del Tibet (TAR) e in altre zone tibetane”[…]è più grave che in altre aree”.

“A loro manca una parte di cervello”. In un clima del genere non sono passate inosservate le parole del Dalai Lama pronunciate durante un’intervista alla rete HBO al il giornalista John Olivier. Durante il colloquio, il front man e la massima guida spirituale buddhista hanno parlato della sparizione, probabilmente ad opera del governo cinese, del Panchen Lama, il bambino designato dal Dalai Lama come suo successore nel 1995. Una scomparsa che potrebbe rendere il Dalai Lama l’ultima guida spirituale del buddismo tibetano. “Quello cinese – ha detto il Dalai Lama – è un atto insensato, miope, fatto senza usare propriamente il cervello”. Poi ha sottolineato la mancanza di buon senso dei funzionari cinesi: “Nel loro cervello, quella parte (del buonsenso) manca”.

Repubblica.it,18 marzo 2017

English version,VOX:

English article,Freedom House: The Battle for China’s Spirit

 

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