Cina : La Grande Illusione è finita

Drastico calo delle esportazioni e stretta creditizia provocano la chiusura di migliaia di aziende. Nel primo semestre del 2008 ben 70.000 imprese hanno chiuso i battenti e nelle prossime settimane milioni di lavoratori cinesi perderanno il posto di lavoro. Stando infatti ai dati forniti dalla autorevole Federation of Hong Kong Industries soltanto nella zona del delta del Pearl River ben 2,5 milioni di operai,tecnici ed impiegati finiranno sul lastrico per la chiusura di oltre il 50% delle aziende .
Tessile,abbigliamento,calzaturiero ed elettronica sono i settori più colpiti da una contrazione delle vendite del 30% nell’ultimo trimestre; contrazione che peraltro deve ancora scontare l’effetto della crisi indotta dalla finanza esoterica.
Lo sfruttamento intensivo della manodopera ,il credito facile ed il massiccio sostegno all’export evidentemente non bastano più a fronteggiare la drastica riduzione della domanda estera ; domanda estera sulla quale,è bene ricordarlo, si regge lo sviluppo economico dell’intero paese ( 50% del PIL).
Inoltre gli ultimi”scandali” dei prodotti contaminati indurranno un ulteriore calo delle esportazioni nei comparti dell’agroalimentare e del farmaceutico.
E la recente crisi finanziaria ha soltanto aggravato un quadro già compromesso dal precedente crollo delle borse cinesi ( lo Shanghai Composite Index  e lo Shenzhen Composite Index  negli ultimi dodici mesi sono scesi del 60% ) .
A questo punto solo un forte aumento della domanda interna potrebbe forse compensare il brusco calo delle esportazioni ma i cinesi oggi devono fare i conti con un’inflazione record che negli ultimi mesi ha ancora ridotto il potere d’acquisto di stipendi e salari,ed i loro risparmi sono stati falcidiati dal crollo delle borse .
Va poi tenuto nel debito conto il fatto che non è ancora scoppiata la bolla immobiliare ;bolla che porterà al fallimento le imprese costruttrici che hanno raso al suolo molti centri storici e cementificato mezza Cina  per costruire milioni di unità abitative e centinaia di fabbriche che sono ovviamente rimaste invendute.
Di conseguenza le imprese ,che avevano ottenuto senza  garanzia alcuna finanziamenti miliardari per realizzare progetti faraonici ,non potranno restituire nemmeno uno yuan.
Le nuove insolvenze non faranno che peggiorare i conti dei principali istituti di credito ,già da tempo sull’orlo della bancarotta per i crediti inesigibili accumulati ; crediti concessi senza alcuna garanzia ad avventurieri che elargivano generose tangenti ad influenti funzionari di partito per accedere al credito.
E questa volta per evitare la bancarotta  non potranno più contare sulle periodiche iniezioni di liquidità che il regime ha garantito negli ultimi anni.
Le banche cinesi dovranno quindi concedere in modo più oculato finanziamenti e prestiti alle imprese che basavano il loro dumping anche sul flusso ininterrotto di crediti garantiti dalla dilagante corruzione;crediti senza i quali la maggior parte delle piccole e medie aziende cinesi non sarebbero mai riuscite a vendere per anni sottocosto.
In un simile scenario nemmeno le imponenti riserve valutarie accumulate in anni di crescita vertiginosa basteranno a salvare dall’implosione il sistema produttivo cinese.

Uno spettro si aggira per la Cina

In questi giorni si materializza così l’incubo di una disoccupazione di massa foriera di sconvolgimenti epocali.   E pensare che il Comitato Centrale del Partito Comunista Cinese negli ultimi anni vent’anni ha fatto di tutto per scongiurare questa eventualità :

– tenendo artificiosamente sottovalutato lo yuan
– continuando a spendere somme enormi per sostenere l’export
– comprimendo oltremodo stipendi e salari
– violando apertamente tutti gli accordi commerciali (in particolare continuando ad imporre barriere tariffarie e non alle importazioni di beni e servizi )
– sfruttando sistematicamente il lavoro degli schiavi detenuti nei Laogai per rendere ancora più competitive le merci da esportare
– non vigilando sulla qualità dei prodotti esportati
– offrendo agli investitori stranieri condizioni ideali per favorire l’insediamento di nuove realtà produttive
– spendendo cifre folli per mettere le mani sulla nostra tecnologia ed il nostro know how (da destinare allo sviluppo della loro industria manifatturiera)
– consentendo alle aziende cinesi di inquinare l’intero continente pur di non gravare i loro bilanci con costi aggiuntivi

Tutto questo per non rischiare di dover un giorno fronteggiare la rivolta di milioni di sudditi alla ricerca disperata di un lavoro qualunque per poter sopravvivere.  L’imperativo categorico era”crescere nella stabilità”ed offrire ai milioni di giovani che ogni anno si affacciano sul mercato del lavoro anche solo la speranza di trovare una occupazione.

Ma oggi il regime deve invece fronteggiare la rabbia di milioni di disoccupati privi di ogni sostegno al reddito ,di milioni di “lavoratori migranti” che erano affluiti nei grandi centri urbani per sfuggire alla miserevole condizione di contadini  e che saranno costretti a ritornare ai loro villaggi .
Il tacito “contratto sociale” stipulato con le masse cinesi che prevedeva una crescita dei livelli di reddito, e di consumo, in cambio della sostanziale rinuncia ad ogni rivendicazione politica ,alla supina accettazione dell”Egemonia del Partito”,rischia quindi di saltare.
I gerarchi cercheranno di correre ai ripari pagando parte dei salari non corrisposti,parte delle liquidazioni maturate.
Arriveranno persino a condannare al patibolo qualche “disinvolto” imprenditore ( preferibilmente non iscritto al partito) ma sarà tutto inutile.
L’economia”creativa” di Deng ha ormai esaurito la sua “spinta propulsiva”e il regime deve finalmente fare i conti con la realtà.

Gli investimenti diretti esteri sono destinati a crollare per via della “concorrenza” vietnamita e nordcoreana e per il danno di immagine che alcune multinazionali subirebbero continuando a produrre in un paese dove si susseguono scandali che minano la fiducia dei consumatori.
Nonostante i recenti provvedimenti la produttività nelle campagne non aumenterà .
Il fallimento di tutti  i principali istituti di credito è imminente.
La rivolta nelle province dell’impero dilaga e le “masse”sono inquiete .

Grande è la confusione sotto il cielo e …la resa dei conti finalmente si avvicina .

Claudio Tecchio

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