Cina, la figlia ha una malattia mentale: i genitori la costringono a vivere in gabbia

Un pericolo per tutti gli abitanti del villaggio. Una furia talmente incontrollabile da costringere i suoi genitori a farla vivere in gabbia. Una situazione al limite del disumano, mostrata al mondo attraverso alcune foto pubblicate sui social che in poche ore hanno scavallato i confini della Cina per attraversare gli oceani e giungere anche nel Vecchio continente.

Peng ha 45 anni e ha una grave malattia mentale. Dal 2012 i suoi parenti hanno tentato ogni cura possibile, ma i risultati non son mai stati quelli sperati. Secondo il giornale Huanqiu, la donna è stata ricoverata in quattro ospedali psichiatrici, ma ogni trattamento si è rivelato fallimentare: i progressi che la accompagnavano durante i mesi di degenza venivano vanificati al suo ritorno a casa. Un calvario durato anni durante i quali i genitori, disperati, hanno temuto per la sua incolumità e per quella degli abitanti di Xixia: durante una delle ultime crisi la donna è scappata da casa e ha spaccato i vetri di alcune automobili e rotto le finestre dei vicini. Una situazione insostenibile per i parenti, che hanno deciso di mettere Peng in gabbia: la donna vive sulle scale dello scantinato il cui accesso è stato inibito da un enorme reticolo di ferro ancorato al pavimento grazie a dei massi. Da lì, attraverso quelle fessure, guarda il mondo e ciò che la circonda.

Dopo mesi in condizioni disumane la svolta è arrivata il 28 luglio quando una vicina, con il cuore colmo di tristezza per Peng, ha deciso di far vedere al mondo intero come vive la donna: poche foto che descrivono senza alcun bisogno di parole l’orribile situazione in cui è costretta a sopravvivere. In poche ore quelle immagini hanno suscitato l’indignazione generale e hanno rapidamente fatto il giro del web tanto da richiamare l’attenzione della polizia, che si è fiondata in quella casa per liberare Peng: adesso per lei è l’inizio di una nuova esistenza in un ospedale dove riceverà tutte le cure necessarie che le garantiscano la vita che merita.

Fonte: il Messaggero, 2 Agosto 2016

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