Cina e Usa discutono di diritti, mentre Pechino opprime i dissidenti in carcere

Sono ripresi la scorsa settimana a Washington i dialoghi Usa-Cina sui diritti umani, sospesi per 2 anni a seguito delle critiche statunitensi per la brutale repressione in Tibet del marzo 2008 e per il peggioramento della situazione cinese su tutela legale dei diritti, libertà di parola e libertà sociali. Esperti osservano che in Cina sono però in aumento le violazioni dei diritti umani.

Di recente Pechino impedisce persino le visite dei parenti ai detenuti per reati d’opinione. Lo scrittore dissidente Liu Xiaobo non può vedere la moglie Liu Xia da quando ha perso l’appello 3 mesi fa.

Ancora più grave è la situazione di Zeng Jinyan (nella foto), moglie dell’attivista Hu Jia condannato a 3 anni e mezzo di carcere per “istigazione alla sovversione” e in carcere dal 2008: da tempo non può vedere il marito e teme che nemmeno riceva cure adeguate per un sospetto cancro al fegato.

Inibite sono pure le visite per la madre dell’ex professore Guo Quan, condannato a 10 anni per avere guidato un gruppo online pro-democrazia.

Mao Hengfeng, attivista anti-aborto, è stata condannata a marzo a 18 mesi di rieducazione-tramite-lavoro e il marito Wu Xuewei ignora persino dove sia stata mandata.

Negli anni scorsi Pechino era più rispettosa dei diritti in occasione di simili colloqui, mentre non lo ha fatto questa volta. Mentre discute di diritti umani, Pechino sa bene che Washington cerca sostegno per la questione nucleare di Iran e Corea del Nord, per il problema dei cambiamenti climatici e altre delicate controversie. Molti esperti ipotizzano che, in cambio, la Cina possa chiedere minori critiche per le sue persecuzioni contro attivisti prodiritti, democratici e gruppi religiosi e per la rigida censura su internet.

Da parte sua Pechino ha criticato la vendita Usa di armi a Taiwan per 6,4 miliardi di dollari e l’incontro tra il Dalai Lama, leader tibetano in esilio, e il presidente Usa Barack Obama.

Forse anche per questo difficile momento entrambe le parti appaiono soprattutto interessate ad evitare un immediato fallimento. Il 9 maggio fonti del Dipartimento di Stato Usa hanno descritto questi colloqui come la possibilità di discutere “su cosa significa lo Stato di diritto nel 21° secolo”. Ma Zhaoxu, portavoce del ministro degli Esteri, ha detto il 13 maggio che “il dialogo è meglio di una contrapposizione”. Ma il quotidiano statale cinese Global Times in lingua inglese ha ammonito in un editoriale che “Cina e Usa devono imparare l’uno dall’altro come eguali, invece di voler dare lezioni l’uno all’altro o criticarsi”.

Attivisti per i diritti umani ricordano che in Cina gli abusi contro i diritti sono peggiorati, con arresti e gravi condanne di molti noti dissidenti (come Liu Xiaobo, autore di Carta 08, e Huang Qi e Tan Zuoren che cercano giustizia per gli scolari morti nel crollo delle scuole nel terremoto del Sichuan). Essi accusano la presidenza Obama di sacrificare i diritti umani per ottenere la collaborazione cinese nell’attuale grave situazione economica.

Ma lo scenario è complesso: negli scorsi giorni Shiyu Zhou, del Consorzio per la libertà globale di Internet, collegato al Falun Gong (movimento religioso messo fuori legge in Cina), ha rivelato che il Dipartimento di Stato Usa ha offerto loro 1,5 milioni di dollari per dotarsi di tecnologia e mezzi necessari per aggirare la rigida censura esistente contro di loro in Cina e per raggiungere milioni di persone in più. La censura cinese su internet è tra le maggiori violazioni dei diritti umani.

Fonte: AsiaNews, 17 maggio 2010

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