Cina: diritti umani non rispettati

Dharamsala, India– “In Cina non c’è uno Stato di diritto, né processi equi, molti tibetani sono stati condannati in modo arbitrario ad anni di carcere”. Il prof. Samdhong Rinpoche, premier del governo tibetano in esilio, parla ad AsiaNews delle quotidiane violazioni compiute dalle autorità cinesi contro i diritti del popolo tibetano. In attesa della vicina sessione della Commissione Onu per i Diritti Umani, che dal 9 all’11 febbraio a Ginevra (Svizzera) discuterà del rispetto dei diritti in Cina.

Rinpoche parla dei molti tibetani condannati ad anni di carcere, “tutti… senza un vero processo, o –ancora più importante- senza qualsiasi prova e anche le cosiddette ‘confessioni’ sono state estorte con la tortura, oppure non è stato loro permesso di difendersi, sono stati lasciati soli senza un difensore… E’ triste che la comunità internazionale conosca questa sistema e le carenze del sistema penale cinese, e non abbia fatto nulla per correggerlo”.

“Nel marzo 2008 il mondo ha assistito alla repressione e alla violenza contro i tibetani nel Tibet. Allora molti leader mondiali hanno protestato. Ma il governo cinese ha proseguito l’oppressione ha anche aumentato le violazioni contro i tibetani, ad esempio con il programma di ‘rieducazione religiosa’. Dal 1996 oltre 11mila monaci e suore sono stati cacciati perché si sono opposti alle sessioni di ‘rieducazione patriottica’ svolti negli stessi monasteri.

“Non mi risulta che negli ultimi 50 anni la Commissione Onu per i Diritti Umani abbia approvato condanne per simili violazioni dei diritti. Non posso dire se l’incontro di Ginevra sarà solo una sorta di rituale… Ma è comunque importante che siano ricordate le grossolane violazioni dei diritti umani della Cina”.

“Un sistema di imposizione fiscale repressivo e sperequato è un modo per aggravare le condizioni dei tibetani poveri nella zone rurali. Rimangono così non realizzati molti diritti fondamentali che richiedono un adeguato tenore di vita: il diritto all’abitazione, all’istruzione, alla salute”.

“In Tibet Pechino ha intensificato il suo programma di controllo delle nascite. Per esempio a Kandze (Ganzi in cinese, Sichuan) le autorità hanno proposto modi per ‘ridurre il numero dei figli consentiti ai tibetani’. Si vuole ridurre da 2 a uno il numero dei figli per tibetani lavoratori e residenti urbani, e da 3 a 2 per i contadini. Ci sono anche rapporti che lo stesso si stia facendo per i tibetani in Tibet e nelle province Qinghai e Gansu”. I tibetani che non si adeguano, dovranno “pagare elevate multe per i bambini ‘in eccesso’ ”.

E’ anche peggiore la situazione delle donne tibetane, private di un effettivo rispetto. Rinpoche dice che “le donne tibetane in carcere per ragioni politiche sono sottoposte a torture, pestaggi e maltrattamenti. Dal 1987, ne sono morte in carcere una su 22. Una suora, Ngawang Sangdrol, è stata incarcerata all’età di 13 anni. Nella prigione di Drapchi è stata picchiata con forza diverse volte, perché ha partecipato a proteste. La sua condanna è stata prolungata per avere protestato in carcere, nel 1998 è stata portata a 21 anni”.

Nel 2009 ricorrono i 50 anni dall’insurrezione tibetana e dell’esilio del Dalai Lama. Anche Samdhong Rinpoche è in esilio da allora.

“Sono nato in Tibet – dice – e l’esilio è tuttora doloroso. Siamo grati all’India che ci ha accolti e dico ai tibetani in tutto il mondo di mantenere fiducia che la questione tibetana sarà risolta. Nella vita di una Nazione, 50 anni non sono tanti. Fino a quando la questione tibetana non sarà risolta, manterremo la nostra identità, cultura e tradizione religiosa, anche per le generazioni future”.

Fonte: AsiaNews, 7 febbraio 2009

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