Cina. Condanna a morte anche per youtube!

La Cina non teme internet, ma ci vogliono dei limiti. La Cina è una potenza in continua crescita, ma non rinuncia al patibolo. Riemergono oggi, con una concomitanza tutta casuale, due delle tante contraddizioni di questo gigante asiatico dell’industria e dell’economia.

la Cina censura Youtube, broadcast yourself

Il governo cinese stacca la spina a Youtube , sito web internazionale di video-sharing, mentre Amnisty International diffonde gli ultimi dati relativi alle esecuzioni capitali nel mondo, in netto calo rispetto al passato, tranne che nel caso della Cina che “vanta”, anche per il 2008, il triste primato di paese con più condanne a morte eseguite. Ma andiamo con ordine. E’ lunedì sera, quando i navigatori del web cinesi, tanto di Pechino quanto di Shangai, si accorgono che la pagina iniziale di uno dei più popolari siti internet del pianeta non si apre o mostra un messaggio di errore. La storia si ripete. Come già accaduto in passato, il governo della superpotenza orientale non può accettare che dalle maglie di internet passino informazioni sgradite e stacca tutto.  Anche se non arrivano spiegazioni ufficiali, è chiaro che tutta la vicenda è collegata a quel filmato sull’incidente avvenuto nel Mare del Sud della Cina, tra otto pescherecci cinesi e una nave da guerra Usa, che la stessa marina militare nordamericana ha caricato su YouTube. Solo dopo diverse sollecitazioni, è il portavoce del ministero degli Esteri a dire qualcosa sulla faccenda. La Costituzione afferma “chiaramente la libertà d’espressione”, ma non bisogna dimenticarsi dei limiti, che abbiamo stabilito anche “attingendo alle esperienze di Paesi come gli Usa e il Regno Unito”. In molti, aggiunge poi il funzionario, “hanno la falsa impressione che il governo cinese tema Internet”, ma il gran numero di utenti del web nel Paese dimostra “che è esattamente l’opposto”. Voltando pagina, si scopre che il mondo si allontana sempre più dalla pratica della pena capitale. Non la Cina. Amnesty International, rispetto al 2008, afferma che i due terzi dei paesi in cui era in vigore l’hanno abolita per legge o di fatto non la praticano più. Per quanto riguarda il primo caso spiccano gli esempi dell’Uzbekistan e dell’Argentina, mentre in Burundi, nel Mali e in Togo è in discussione una riforma della materia. E mentre si fanno avanti proposte di legge in tal senso in Libano e in Algeria, Stati come Cuba, Camerun e Kazakistan, hanno commutato in ergastolo le condanne a morte già emesse. Sul versante degli Stati Uniti, per quanto riguarda il 2008, si registra il numero più basso di esecuzioni avvenute in un anno dal 1995. Ma è dall’Asia, appunto, che giungono le notizie peggiori. Il 93 per cento di tutte le esecuzione, riguarda solo cinque paesi, Cina, Iran, Arabia Saudita, Pakistan e, dall’altra parte del mondo, Usa. In questo quadro, è in Cina che sono state eseguite  il 72% delle condanne a morte dell’anno passato, con almeno 1.718 vittime. Una cifra che potrebbe essere anche molto più alta, tenendo conto del segreto di Stato che avvolge alcune esecuzioni.

Tommaso Vaccaro, Dazebao, l’informazione on line

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