CINA-Changsha: una chiesa più alta della statua di Mao scatena la protesta dei cinesi

E’ una partita che si gioca sull’altezza quella tra la statua di Mao Zedong e la chiesa protestante di Xingsha nella città cinese di Changsha. A quanto pare la chiesa, che è stata costruita in un parco a pochi chilometri di distanza dal Grande Timoniere, è più alta e ciò ha scatenato la protesta dei nostalgici cinesi.

La chiesa di Xingsha nella città di Changsha

I 48 metri di differenza

 La chiesa, secondo quanto riporta il New York Times, è alta circa ottanta metri, mentre la statua di Mao scolpita nella roccia arriva solo a 32. Changsha è la città dove Mao ha trascorso parte della sua giovinezza, e la statua è la più grande esistente.  Una “disparità” a svantaggio del Grande Timoniere, che non poteva non attrarre le ire dei tanti fan del fondatore della Repubblica Popolare.

L’ira sui social

Dai blog e dai social cinesi, i neomaoisti hanno inveito contro le dimensioni dell’edificio e lo sperpero di denaro pubblico per la costruzione della chiesa. C’e’ anche chi ha scomodato la “sicurezza ideologica” della Cina come i neomaoisti del sito web Red Morality Think-Tank.

Il rischio demolizione

Scendendo dal piano politico, però, la realtà di tutti i giorni è diversa e una vicenda analoga a quella della Chiesa di Xingsha era gia’ successa nel passato recente. Il pericolo che potrebbe correre la chiesa di Changsha non e’ diverso da quello che ha toccato altre chiese sorte in Cina negli ultimi anni. Sulla fascia costiera, in particolare nella provincia dello Zhejiang, diverse chiese sono state distrutte a partire dal 2014. L’opera di demolizione veniva giustificata in vari modi dalle autorità locali: in particolare una delle motivazioni addotte con maggiore frequenza riguardava proprio l’altezza degli edifici, che superavano la sede locale del Partito Comunista.

 Il precedente

 Il caso forse più noto è forse quello dei fedeli di Sanjiang, nella Cina orientale, che nella primavera del 2014 hanno cercato di salvare dalla demolizione la chiesa protestante locale. L’edificio aveva ricevuto in precedenza il nulla osta delle autorità locali e la loro approvazione, tanto da definirla un “progetto modello”, ma improvvisamente si era ritrovata a essere non più in regola. Alcuni sacerdoti si erano anche detti disposti a eliminare alcune parti della chiesa, venendo incontro alle autorità, ma la decisione di demolirla interamente aveva sollevato le proteste dei fedeli. La chiesa si trovava in un’area nota per la tolleranza nei confronti del cristianesimo, tanto da essere definita la “Gerusalemme cinese” per il gran numero di cristiani residenti, circa un milione. Le proteste non diedero, però, alcun frutto, se non quello di alzare la tensione tra le autorità e la popolazione, e la chiesa venne distrutta poche settimane dopo, all’inizio di maggio.

 Il difficile rapporto tra religione e politica

Al di là della ferita all’orgoglio “rosso” la vicenda ha riaperto il dibattito del rapporto tra religione e politica, sempre di difficile interpretazione in Cina: ufficialmente ci sono state aperture da parte dello stesso presidente Xi Jinping, dirette soprattutto verso le fedi tradizionali cinesi, e anche quello che appare come un ammorbidimento dei rapporti con il Vaticano.

Sul piano politico, invece, i rapporti tra la Chiesa cattolica e il governo cinese hanno segnato negli ultimi anni alcuni progressi che hanno fatto a più riprese sperare nell’attesissimo accordo storico sulla nomina dei vescovi, che potrebbe riaprire le relazioni diplomatiche tra Pechino e la Santa Sede, interrottesi nel 1951 con l’espulsione dell’ultimo nunzio apostolico dalla Repubblica Popolare Cinese.

Pechino e la Santa Sede sarebbero vicini a un “consenso preliminare” sulla questione della nomina dei vescovi, secondo quanto scritto a febbraio 2017 in un articolo pubblicato sulla rivista cattolica Sunday Examiner dal cardinale di Hong Kong John Tong Hon. Gli ultimi mesi del 2016 sono stati densi di voci su un possibile accordo tra Cina e Vaticano sulla nomina dei vescovi. L’annuncio formale da parte di Pechino o della Santa Sede non e’ mai arrivato, ma dal Ministero degli Esteri è stata ribadita la “sincerità” del rapporto con il Vaticano sulla base di “principi coerenti e chiari”.

Papa Francesco in Cina

La popolarità di papa Francesco in Cina, intanto, è in aumento: a febbraio 2017 il pontefice è apparso in prima pagina sul Global Times, l’influente tabloid pubblicato dal Quotidiano del Popolo, organo di stampa del Partito Comunista Cinese, mentre salutava la folla di studenti che era andata a incontrarlo all’Università di Roma Tre. Solo poche settimane prima, a gennaio, in un’intervista al quotidiano El Pais, papa Francesco aveva detto che si sarebbe recato in Cina se avesse ricevuto un invito dal governo.

Il rapporto sul piano politico tra Pechino e la Santa Sede ha segnato una svolta quando la Pontificia Accademia delle Scienze della Santa Sede ha invitato un delegato cinese, Huang Jiefu, ex vice ministro alla Sanità, al summit che si è  tenuto in Vaticano contro il traffico di organi. Da Pechino, però, la presenza dell’ex alto funzionario governativo è stata minimizzata. “A quanto apprendo non avrebbe nulla a che vedere con i rapporti Cina-Vaticano”, aveva commentato il portavoce del Ministero degli Esteri, Lu Kang.

Agi,12 maggio 2017

English article,The New York Times: A Monument to Jesus in the City of Mao

 

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