Cina: “Bene accordo Sudan e gruppo ribelle Darfur”

Pechino, Cina – La Cina saluta con enfasi l’accordo firmato ieri a Doha (Qatar) tra il governo sudanese e i ribelli del Justice and Equality Movement, uno dei gruppi più forti fra le popolazioni del Darfur.

L’accordo prevede, tra l’altro, la fine degli attacchi contro i 2 milioni di profughi accolti nei campi e lo scambio di prigionieri. Il Quotidiano del Popolo, organo del Partito comunista cinese, parla di una vera “riconciliazione” tra le parti in guerra, anche se riconosce che la strada verso la pace è ancora lunga.

L’intesa è stata invece salutata con molta cautela da Stati Uniti e Onu, che vedono il gesto come un primo timido passo verso la pace. Susan Rice, ambasciatore Usa presso le Nazioni Unite Susan Rice ha precisato che questo non cambia la posizione del suo Paese, favorevole alla messa sotto accusa del presidente sudanese Omar al-Bashir per il genocidio in atto nel Darfur.

Yukio Takasu, ambasciatore giapponese all’Onu, ha insistito che occorre sospendere al più presto i combattimenti, perché “non vogliamo vedere colloqui mentre prosegue la guerra”, osservando che molti altri gruppi ribelli debbono essere coinvolti.

Il Segretario dell’Onu Ban Ki-moon, pur plaudendo all’intesa, ha evidenziato che “finché le parti non rinunciano alle ostilità, la situazione non può migliorare”.

Lo scorso 11 febbraio fonti Onu hanno rivelato l’intenzione della Corte penale internazionale di emanare un mandato di arresto contro il presidente sudanese Omar al-Bashir (nella foto insieme al presidente cinese Hu Jintao), accusato di dirigere il genocidio in atto nel Darfur, dove dal 2003 si contano – sono cifre Onu – almeno 300mila morti e 2,2 milioni di profughi. Ma il mandato non è stato poi emesso, anche per la richiesta di rinvio avanzata da Paesi africani e arabi, con il sostegno di Cina e Russia.

Secondo Pechino una simile iniziativa servirebbe solo a “destabilizzare” la regione, peggiorare il conflitto in Darfur e impedire qualsiasi accordo di pace tra il governo e i ribelli. C’è un grande contrasto presso l’Onu e la questione potrebbe finire avanti al Consiglio di Sicurezza, che può ordinare il rinvio di un anno del mandato.

La Cina, che compra i due terzi del petrolio esportato dal Sudan, è molto criticata perché non usa la sua influenza economica per premere su Khartoum perché ponga fine alla guerra civile. E’ anche accusata, insieme alla Russia, di vendere al Paese armi, usate anche nel Darfur.

Pechino risponde che le tensioni tra gruppi etnici sono una questione interna del Sudan e che essa contribuisce alla forze di pace inviate dall’Onu. In realtà la Cina vi invia centinaia di tecnici (in febbraio partiranno altri 435 cinesi tra ingegneri, medici, esperti di strade), che possono contribuire alla crescita del Paese ma sono ininfluenti sulla guerra, in assenza di una precisa pressione di Pechino.

fonte: AsiaNews, 18 febbraio 2009

Condividi:

Stampa questo articolo Stampa questo articolo
Condizioni di utilizzo - Terms of use
Potete liberamente stampare e far circolare tutti gli articoli pubblicati su LAOGAI RESEARCH FOUNDATION, ma per favore citate la fonte.
Feel free to copy and share all article on LAOGAI RESEARCH FOUNDATION, but please quote the source.
Licenza Creative Commons
Quest'opera è distribuita con Licenza Creative Commons Attribuzione - Non commerciale 3.0 Internazionale.