Cina, appello di 100 intellettuali si spacca il Comitato centrale

«LIBERATE Liu Xiaobo, lasciatelo tornare da sua moglie e andare a ritirare il premio Nobel per la pace». In un hotel del centro di Pechino si riunisce il comitato centrale del partito comunista. Cento intellettuali riescono a diffondere in Internet una lettera aperta ai dirigenti, in cui tornano a invocare «riforme democratiche, società libera e stato di diritto». È il secondo appello «a cambiare la Cina» in tre giorni, dopo la «lettera dei 23» veterani del partito. Mai successo. Lo scontro, innescato venerdì scorso del Nobel al simbolo della dissidenza cinese, si consuma sul web. Non è però una lotta virtuale. L’élite cinese ormai è mobilitata e le conseguenze sono reali. La retata di arresti contro dissidenti, amici e parenti di detenuti, si allarga. A più di cento evangelici, poi, è stato negato il visto per andare in Sudafrica per partecipare a un convegno. Il potere scatena il terrore e chi ha osato sostenere Liu Xiaobo vive nell’incubo di una visita della polizia. «Chiediamo alle autorità – scrivono i 100 nella lettera – di liberare tutti i prigionieri di coscienza e tutti i detenuti per ragioni ideologiche, o di fede». Tra questi ci sono Liu Xia, moglie del Nobel, e Ding Zilin, leader delle «Madri di Tienanmen», arrestate e isolate per aver parlato con i giornalisti stranieri. Ora sono queste due donne, invecchiate e ridotte in povertà, a spaventare il regime. Dissidenti per caso, la prima causa matrimonio, la seconda per lutto, sono sorvegliate giorno e notte da decine di agenti armati. Irraggiungibili anche per i loro cari, sono un caso mondiale. Chi ha lottato con loro teme che il potere, non potendo più toccare il Nobel in carcere, faccia pagare a Xia e Zilin il conto di Oslo. «Il mondo non si dimentichi di noi – l’appello dei 100 – e aiuti coloro che in Cina hanno sostenuto Xiaobo». In una settimana gli attivisti arrestati dopo il Nobel sono oltre trecento. Improvvisamente cambia la strategia dell’apparato di propaganda. Finisce la censura sul Nobel e si scatena la campagna nazionalista per screditarlo agli occhi dei cinesi. Tre editoriali, diffusi dall’agenzia di stampa ufficiale, rilanciano la teoria del complotto e definiscono «marionette politiche dell’Occidente» il Dalai Lama e Liu Xiaobo. «Il Nobel – scrive il Quotidiano del Popolo – non è un incidente». Indipendenza del Tibet, guerra delle valute, manovre militari e incidente nelle isole Diaoyu (recente scontro con il Giappone ndr), sono lo strumento con cui le forze occidentali cercano di guadagnare un vantaggio economico e di contenere la Cina con la forza». In questo clima di alta tensione si riuniscono per quattro giorni i 371 membri del plenum. La seconda potenza del mondo vara il suo piano economico fino al 2015, da cui dipendono crisi e crescite globali. I leader comunisti decidono però prima di tutto il cambio al vertice della nazione, fissato nel 2012. Lo scontro tra i riformisti vicini al premier Wen Jiabao e i conservatori legati al presidente Hu Jintao, è il più aspro dal 1989. Lo slogan ufficiale del partito è «crescita inclusiva», ossia l’impegno a ridurre il divario tra ricchi e poveri, tra metropoli e villaggi. L’attenzione è puntata però su Xi Jinping, vice e fedele di Hu, e su Li Keqiang, vice e delfino di Wen. Sono loro i leader designati del prossimo decennio cinese. Molto, in una settimana, è cambiato. Quanto lo si capirà nelle prossime ore, quando si saprà se Xi Jinping sarà stato eletto vicepresidente della commissione militare centrale, anticamera della presidenza, e se le riforme economiche proposte da Li Keqiang saranno state approvate, lanciandolo alla guida del governo. Se così non fosse, vorrà dire che l’effetto-Nobel è già più forte della repressione.

Fonte: La Repubblica 16 Ottobre 2010

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