Chinatown. Esiste un sistema Prato? La cultura dell’impresa orientale pare improntata all’elusione delle regole (Video)

Dong Meiluan, Zheng Jintu, Wei Guangzhi e Lin Yan Li. Sono i proprietari delle ditte che dal 2008 al primo dicembre dell’anno scorso si sono alternate nel capannone che ospitava la ‘Teresa Moda’.

Anche se non si sono mai conosciuti l’uno con l’altra hanno diverse cose comune. Ad esempio nessuno di loro ha mai messo piede a Prato. Vivono in Cina, sono tutti dei prestanome.

Persone con precise caratteristiche: lontane migliaia di chilometri dall’Italia, “non aggredibili” dal punto di vista penale e finanziario, la cui disponibilità a mettere una firma su un pezzo di carta è contraccambiata spesso con il denaro dei veri proprietari delle aziende pratesi.

E’ stata la reale proprietaria della ditta andata a fuoco, Lin You Lan, a fare nomi e cognomi dei prestanome durante il processo che la vede accusata di omicidio colposo plurimo.

Lo ha fatto per spiegare qual è il modus operandi degli imprenditori cinesi che vogliono cominciare – e continuare – a fare a affari a Prato.

A farla parlare è stata l’evidenza dei fatti: la riproposizione in aula della sua stessa voce intercettata che la vedeva vorticosamente contattare persone, persino sua madre, che fossero disposte a mettere la loro firma dichiarando di essere i proprietari della nuova ditta

“Si fa così – ha spiegato – è il modo in cui si fa una ditta qui”. Mentre faceva queste telefonate erano passati solo tre mesi dall’incendio e già lei cercava un nuovo prestanome: per questo Lin You Lan è stata arrestata.

La donna dice che tutti – commercialisti e proprietari dell’immobile pratesi – sapevano tutto. Abbastanza per parlare (come ha fatto la magistratura pratese) di un ‘sistema-Prato’?

Forse no, perché non si può certo dedurre il comportamento collettivo da quello di un individuo.

Circostanza che tengono a ribadire ogni giorno che passa il sindaco e il vicesindaco della città, Matteo Biffoni e Simone Faggi.

Tuttavia non è peregrina l’ipotesi di individuare un ‘sistema a Prato’, una connivenza che ha poco a vedere con le razze e molto con il denaro, di cui è difficile individuare le dimensioni.

“Circa il 70% delle ditte cinesi che abbiamo controllato ha come intestatari dei prestanome”.

Lo spiega è il comandante della polizia municipale Andrea Pasquinelli, che coordina spesso i blitz alle ditte cinesi da quando questi sono cominciati.

“C’è un gruppo abbastanza chiuso di professionisti pratesi, già oggetto di una recente indagine della Guardia di Finanza, che addestra letteralmente questi imprenditori alle modalità per aggirare gli ostacoli”, spiega ancora il comandante.

Intanto l’economia cittadina vede proliferare le ditte cinesi in città a dispetto della crisi, le aziende aprono e chiudono velocemente, proprio come è accaduto negli ultimi vent’anni.

Se quel che dice Lin You Lan corrispondesse alla realtà, se quel che crede di aver individuato la magistratura fosse verosimile, se quanto raccontato dal comandante Pasquinelli fosse vero, allora si potrebbe dedurre che sono queste cifre a mostrare che a dispetto di sanzioni e controlli il successo della maggior parte delle aziende orientali pratesi si regge ancor oggi su un sistema molto malato.

Un apparato che finisce per avallare ogni elusione in materia di fiscalità e sicurezza perché certo dell’impunità.

Una questione di cultura, su cui la sola repressione (e i deterrenti) hanno mostrato la loro inefficacia.

Ci sono ovviamente esempi aziendali positivi, ma pare che rimangano isolati: sono di ieri gli ultimi due sequestri di ditte cinesi con loculi dormitorio, solito copione quotidiano.

La cultura dell’impresa orientale in città pare improntata all’elusione delle regole, oggi come un anno fa, prima dell’incendio che ha spezzato sette vite.

Non è un caso che lunedì il procuratore generale della Corte d’Appello Tindari Baglioni abbia fatto riferimento alla “necessaria e operativa collaborazione dell’ambasciata cinese, che sino ad oggi è stata insufficiente”.

E non sono rimaste inascoltate le parole del vescovo Franco Agostinelli che parlando alla città ha spiegato come sia “necessario andare oltre la commemorazione”.

Corriere dell a Sera,06/12/2014

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