Censura, Google «cede» e lascia la Cina

Probabilmente chi in questo momento sta leccandosi i baffi è “Baidu”, il più grande motore di ricerca “indigeno”. L’uscita di Google dal mercato cinese – data ormai per certa, manca solo l’ufficializzazione che arriverà lunedì – lascerà scoperta una fetta gigantesca di mercato: Google ha incassato nel 2009 in Cina 2,27 miliardi di yuan, vale a dire 333 milioni di dollari. L’economia è “impazzita”: gli internauti cinesi sono attualmente 350 milioni e si stima saranno 551 milioni entro il 2014. Il cyberspazio cinese è quanto mai affollato: sono 3,68 milioni i siti, ben 180 milioni di blog. Un magma su cui le autorità cinese non vogliono mollare la presa.

È giunta così al capolinea l’avventura in Cina di Google – il più grande motore di ricerca al mondo –, iniziata nel 2000, esplosa nel 2005 e subito travagliata da un convitato di pietra: la censura cinese. Google peraltro ha accettato le condizioni di Pechino, vale a dire filtri che impedissero l’accesso a informazioni “sensibili”. Evaporati dalla Rete la stragi di Tienanmen, il Tibet e il Dalai Lama, la setta Falun, gli affari sono decollati. Il rapporto è andato in frantumi quando il gigante di Mountain View ha scoperto gli attacchi di hacker contro le sue banche-dati riservate e contro la posta elettronica di alcuni attivisti cinesi. Google non ha gradito.

E peggio, alla società Usa sono saltati i nervi quando è risultato che si trattava di attacchi “istituzionali”, partiti da due università cinesi. Le trattative con le autorità di Pechino sono state un buco nell’acqua. E dai quartieri alti di Google hanno fatto sapere che «ormai i ponti erano stati bruciati» e che un ritorno al passato «impossibile». Ieri infine la notizia, fatta filtrare dal China Business News, che ha riportato un dipendente di Google China. Si chiude il 10 aprile.

La situazione non poteva che precipitare. I cinesi hanno fatto muro contro quella che continuano a considerare un’indebita intrusione. E che tocca un nervo scoperto: il nodo che stringe censura e diritti umani. È un crescendo. L’intrusione degli hacker a inizio anno. Il 21 gennaio il segretario di Stato Usa, Hillary Clinton si pronuncia sulla libertà della Rete. Segnala il solidificarsi di una preoccupante «cortina» sulla libertà in Internet. La replica di Pechino è immediata: l’intervento della Clinton? «Dannoso». Mette addirittura «a rischio i rapporti fra Stati Uniti e Cina».

La vicenda si risolve – male – quando i rapporti tra Stati Uniti e Cina sono sempre più tesi. È una serie di strappi. Prima il Dalai Lama che entra alla Casa Bianca – per Pechino «una violazione dell’integrità territoriale». Quindi gli aiuti americani a Taiwan. E ultimo in ordine di tempo, il braccio di ferro sul tasso di cambio dello yuan, la valuta cinese. Gli Usa e l’Europa pensano la Cina stia drogando il mercato, tenendo artificialmente sottovalutata la moneta. Pechino non cambia linea.

Luca Miele

Fonte: Avvenire, 20 marzo 2010

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