Birmania, donne contro generali per rilanciare il sogno di Suu Kyi

Nella città fantasma da cui opera un potere ancora onnipotente, Nay Pyi Daw, e nella quale Aung vive per buona parte della settimana, in una casetta nel bosco dalla quale al mattino esce per andare a esercitare il mandato di parlamentare e di presidente della Commissione per il Diritto, la Pace e la Tranquillità, è appena andato in scena uno scontro a distanza.

Per la prima volta, inneggiando alla «open democracy» e al «cambiamento», e alla strategica importanza del ruolo femminile, il presidente Tien Sien ha aperto personalmente il Women’s Forum, un’iniziativa fortemente voluta dall’omonima associazione francese di donne imprenditrici e dalla stessa Francia, che ha potuto inalberare il proprio motto «Liberté, Egalité, Fraternité» nel faraonico centro congressi realizzato con capitali cinesi da uno studio di architetti di Singapore.

Quando il presidente ha lasciato il palco, con contestuale decurtazione di addobbi floreali, The Lady ha spiegato che no, non si può credere a quel che aveva detto Tien Tsien, «ho sentito parlare di equality gender, ma è una bugia». Perché «la politica è il mezzo per cambiare la società, e il cambiamento deve essere effettivo, non simbolico». E «quanto effettivo sia il cambiamento dipende da quanto correttamente valutiamo i bisogni del popolo e del Paese». E «non basta qualche donna ministro quando c’è ineguaglianza nelle famiglie» ha aggiunto lanciando insegnamenti che forse sono da tener presenti non solo per la Birmania.

Sarà, commenta Emma Bonino, l’unica italiana invitata, «ma anche attraverso stop and go, quando si fanno aperture poi diventa difficile tornare indietro, democrazia e diritti a un certo punto arrivano».

Ma a Nay Pyi Daw il generale che ha aperto la transizione democratica e l’icona dei diritti birmani, che dopo la visita di Obama avevano pianificato insieme le elezioni generali del 2015, non si sono scambiati neppure un’occhiata. Il fatto è clamoroso e ha alle spalle la difficile transizione del Paese proprio verso quelle elezioni. I poteri presidenziali in Myanmar sono esecutivi ma, come in Italia, sono deputati e senatori che eleggono, in secondo grado, il presidente.

Aung ha perso la battaglia per cambiare prima del voto l’articolo della Costituzione che le sbarra l’accesso alla carica in quanto madre di cittadini stranieri, e per impedirglielo s’è mosso personalmente lo speaker della Camera, il non certo progressista e a sua volta aspirante presidente Shwe Mann. Ed è stato ribadito che il 25 per cento del Parlamento sarà comunque riservato ai militari. La prospettiva è che se la Lega progressista di Aung sbancherà alle elezioni, allora la Costituzione potrà essere modificata in suo favore. Ma The Lady avrebbe voluto aprire un tavolo di dialogo, cercare un’intesa prima delle elezioni, e aveva all’uopo invitato a cena a casa propria tutte le alte cariche istituzionali. L’invito è stato respinto.

E adesso, con una fermezza che le scava il volto, Aung San Suu Kyi torna a puntare il dito. Creando sconcerto nelle legazioni occidentali a Yangoon, preoccupate che nella transizione possa esserci un effetto rebound, un ritorno ai vecchi metodi del regime militare: solo qualche mese fa il ministro degli Esteri Aung Hlaing in visita a Bangkok ha assicurato che i militari, in futuro, «avranno maggiori responsabilità di governo».

Ma mentre si teme il gattopardismo, a Yangoon tutto è cambiato. Libertà di stampa e magazine editi con capitali di New Delhi che tengono sotto tiro l’ex regime e la stessa Aung; traffico decuplicato, inquinamento incombente, 5 milioni di turisti previsti nel 2015; una bolla immobiliare che ha fatto schizzare al rialzo i prezzi delle abitazioni come accadde durante la «modernizzazione» di Pechino nei primi Anni Novanta; crescita media annua del Pil attorno al 6 per cento e inestirpabile miseria e malattie nelle campagne che costituiscono la gran parte del Paese. Resistono i forti conflitti con le «nazioni» -così le chiama Tien Tsien – non solo con i Kachin longa manus della Cina ma soprattutto con l’etnia di religione musulmana: si teme che, riconoscendo loro i pieni diritti di cittadinanza, possa accadere alla buddista Birmania quel che è accaduto in Indonesia o nelle Filippine.

I grandi inviati dei grandi giornali occidentali, arrivati due settimane fa al seguito di Barack Obama, scrivono reportage in cui inseguendo la dolcezza di Burma si identificano rilevanti tracce di dittatura. Le opinioni pubbliche occidentali reclamano immediato rispetto dei diritti umani, come se potesse cambiare con uno schiocco delle dita una sessantennale e feroce dittatura militare giunta a compromessi democratici solo da un paio d’anni – un capolavoro politico per sottrarsi alle grinfie cinesi – ma che mantiene stretti gli artigli sull’economia di un Paese povero che è invece ricchissimo di gas, petrolio, minerali preziosi. E mentre reclama democrazia, l’Occidente si fa avanti con le sue multinazionali, e coi governi: re e regina di Norvegia hanno appena lasciato Yangoon, dopo 10 giorni con stuolo di imprese al seguito.

«Myanmar è in un lungo cammino, moltissimo resta ancora da fare poiché è la mentalità che occorre cambiare, ma la direzione è quella della democrazia», dice Janet Jackson, che a Yangoon rappresenta le Nazioni Unite. Il Women’s Forum è stato una lunga cometa, con un centinaio di donne d’affari, rappresentati istituzionali, e anche businessmen delle grandi multinazionali: Francia in prima linea. Per l’Italia, Emma Bonino che naturalmente ha subito scompaginato i giochi, «non credo nelle quote rosa perché non voglio vivere in una società fatta di quote», e che ai margini ha rimpolpato di presenze asiatiche l’Expo 2015 di Milano, visto che cura il gruppo Women for Expo. Forse ci sarà anche Aung San Suu Kyi. Ma dipende dalla piega che prenderà in Myanmar la difficile transizione verso le elezioni.


Antonella Rampino, La Stampa.it, 9 Dic 14

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