Basta delocalizzare, le aziende che ci ripensano

Delocalizzare? Non è più di moda. Con l’automazione spinta ai massimi livelli e l’industria 4.0 che è ormai una realtà, gli scenari cambiano.

Un segnale forte? L’ha dato Benetton. Ha mollato l’Oriente e ha riportato la produzione di maglioni nella sede di Castrette (TV): in una nuova area industriale di 1500 mq. Realizza una linea un po’ speciale: senza cuciture. “Venendo meno la necessità della manifattura che oltralpe è a basso costo – spiega il Gruppo – andare lontano non vale la pena. Abbiamo comprato 36 macchine giapponesi Shima Seiki che riportano alla mente i telai delle prime produzioni dei capi Benetton. Utilizzano un unico filo per l’intero capo. E annullano gli sprechi di lana. Poi, vogliamo risottolineare l’estro di questa zona. E’ qui che nasce l’idea. E l’ambiente accende la creatività dell’intera filiera”.

Certo, siamo davanti a un magnifico paradosso. La rivoluzione digitale, che pure fa paura, rende possibile e addirittura favorisce il rientro delle produzioni spostate all’estero.

Anche Fiamm, storico marchio vicentino focalizzato su batterie per auto, si è unita alla schiera di chi ‘ci ha ripensato’. “Non ne potevamo più della scarsa produttività nella joint-venture indiana e della difettosità tipica nella fabbrica Ceca – nota il patron -. Poi, produrre in Asia ha senso se lì c’è mercato. Non per vendere in Europa”.

Intendiamoci, i problemi legati al gap sul costo del lavoro e dell’energia sono rimasti. Per il manifatturiero, però, il saper fare e l’alta qualità sono fattori impossibili da sottovalutare. Un altro nome che ha lasciato la Cina per rientrare in Italia è Roncato Valigeria (Padova): “La clientela estera è sempre più esigente – spiegano – e il nostro brand non deve essere soltanto sinonimo di design…ma di leggerezza & resistenza. E nella tenologia teniamo il passo”.

Tra i rimpatri più noti, c’è anche Natuzzi Divani (in Puglia) che ha chiuso con la Romania. Artsana (nel comasco) che dieci anni fa aveva delocalizzato in India-Cina. Tonno Asdomar (del gruppo genovese Generale Conserve) che ha lasciato in Portogallo una piccola parte della vasta produzione di inscatolati per impiantare uno stabilimento nuovo di zecca a Olbia.

Ma a tallonare il Veneto (che rimane primo tra le regioni italiane per il reshoring) c’è l’Emilia Romagna. Beghelli, ad esempio specialista nell’illuminazione e nei sistemi di sicurezza con sede in provincia di Bologna, ha ridimensionato (e di tanto!) la produzione in Cina e in Repubblica Ceca. “Dobbiamo far lavorare la gente del nostro territorio – ha dichiarato la società -. Sono loro che ci hanno fatto resistere negli anni bui consentendoci pure di crescere”. Stesso discorso da Furla (bolognese doc e con una storia lunga 90 anni) sinonimo di borse super lusso: ha lasciato l’est Europa precisando che adesso la sua griffe viene messa soltanto sul made in Italy al 100%. Argo Tractors, produttrice di macchine agricole a Reggio Emilia (invece), ha detto basta perfino ai trattori assemblati in Francia e Gran Bretagna. Si fa tutto in Italia. “Qui c’è l’attitudine a progettare/inventare – dice il portavoce marketing -. Ed anche le scuole tecniche giuste. La forza lavoro ci è riconoscente per aver riportato in questa zona l’intero ciclo. Poi, abbiamo fatto delle svolte: ci siamo adeguati alla ‘produzione snella’, ad esempio”.

L’ultimo rapporto Cer (Centro Europa Ricerche, 2015), precisa che il 70% dei casi di rimpatrio si concentra su fashion/elettronica/macchine utensili. L’effetto ‘made in Italy’ è schiacciante rispetto ai lati positivi del risparmio costi produttivi. Il target di imprese che fornisce consumatori con elevato potere d’acquisto sale. E di parecchio.

Recitare il mea culpa, però, non basta. Rilocalizzare non è semplicissimo. Costa. Costa la formazione del personale, innanzitutto…

Corriere della Sera,La nuvola del lavoro, 06 novembre 2017

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